Il poeta di un’epoca di transizione

L’Ortis e la tradizione del romanzo epistolare. Il primo periodo dell’attività artistica di Foscolo fu essenzialmente contrassegnato da una forte tensione autobiografica; questa lo portò a esprimere con l’Ortis un disagio esistenziale e politico non solo personale, ma tipico di un’intera generazione vittima delle illusioni di indipendenza continuamente spente e riaccese dall’ambiguità della politica napoleonica. Quello che, nella collaudata forma del romanzo epistolare settecentesco, era stato l’avventuriero libertino, si trasforma ora nel giovane poeta-patriota, la cui vita diviene punto di riferimento morale e ideologico generale. Appare chiaro come Foscolo, sulla scorta dell’esempio alfieriano, rivesta subito i panni di un intellettuale nuovo, capace con la sua arte di esprimere, attraverso forti passioni, gli ideali e le aspirazioni di un intero popolo.
L’incontro con Parini e il superamento del modello arcadico
Ma se sul piano del romanzo illustri antecedenti come Rousseau e Goethe avevano fornito innovativi modelli, su quello lirico-poetico il giovane Foscolo rimaneva ancorato al lezioso e consunto classicismo di un’Arcadia prevalentemente votata a interessi galanti e mondani. Solo l’incontro con Parini nel 1798 fornì i necessari stimoli, morali e artistici, per una poesia estranea sia alle galanterie e ai languori arcadici, sia alla ruvidezza giacobina.
La prima decisiva svolta in tal senso coincise con un momento di profondo malessere interiore, determinato, tra il 1802 e il 1803, dall’accavallarsi di lutti familiari (la morte del fratello), di amare esperienze personali (la fine della relazione con la Fagnani Arese) e di profonde delusioni politiche. Queste ultime furono espresse nella polemica Orazione a Bonaparte pel Congresso di Lione, che addensò su Foscolo sospetti tali da indurlo a un prudente isolamento dalla vita sociale.
Tale condizione di lacerante disagio esistenziale lo spinse a riflessioni che determinarono un radicale cambiamento del suo pensiero e della sua arte: fondamentali si rivelarono l’intimo colloquio con l’opera di Lucrezio e gli esercizi di traduzione del patrimonio dei miti classici in chiave simbolica, che sfociarono nel commento alla Chioma di Berenice di Catullo. Qui si definiscono i due aspetti fondamentali e strettamente intrecciati della personalità foscoliana: uno tragico, eroico, focoso, l’altro più riflessivo, a tratti autoironico, erudito, capace di costruire disegni simbolici che alludono alle più profonde verità esistenziali.
Di questi anni è anche la selezionatissima raccolta delle sue Poesie, opera in cui entrano solo due odi e dodici sonetti, con i quali l’autore intende esplicitamente rinnegare la sua poesia precedente e opporsi alla pletorica e insulsa produzione di una plurisecolare tradizione accademica, chiusa nella sua perfezione formale e incapace di dar voce a idee nuove.

Il classicismo come nobilitazione degli ideali borghesi.

L’innovazione foscoliana rispetto alla tradizione del passato apre decisivamente la strada alla nuova cultura romantica. Tale apertura si attua però attraverso un necessario passaggio classicista, inteso non certo a riproporre con antiche forme vecchi contenuti, bensì a dare ai nuovi ideali borghesi una veste stilisticamente alta. La borghesia aveva sempre parlato di sé nel passato attraverso uno stile medio o basso, elegiaco o comico-grottesco; ma ora, dopo le grandi rivoluzioni di fine Settecento, giunta al potere e caricata di nuove responsabilità etico-politiche, doveva dare di sé un’immagine eroica che prima non le era mai appartenuta; di qui l’esigenza, in questo periodo di transizione, di uno stile classico, sublime.

La sintesi dei Sepolcri.
In questa temperie culturale nasce la grande poesia dei Sepolcri, mirabile sintesi di razionalismo illuministico, impeti romantici e classica altezza di stile. Il sepolcro appare a Foscolo come custode di un passato che l’uomo deve conoscere e onorare se vuole conservare la piena coscienza di sé, della propria civiltà e delle proprie radici sia individuali sia collettive: da qui scaturisce la sostanza sentimentale e morale di ogni singolo uomo, nonché quella civile d’ogni nazione; da ui emerge il ricordo di quei giganti sulle cui spalle poggia l’intera umanità.

Il poeta-vate delle Grazie.
L’uscita del carme pose Foscolo al centro dello scenario culturale italiano, procurandogli grandi estimatori, come il giovane Pellico, ma anche accaniti nemici, tra cui non tardò a distinguersi Vincenzo Monti. Anche a causa di un clima denso di feroci invidie, la cattedra a fatica conquistata all’università di Pavia fu subito soppressa. Ma nella lezione inaugurale sull’Origine e ufficio della letteratura, e in quelle successive, cominciava a delinearsi, nel contatto con i giovani studenti, la figura del poeta-vate capace di dettare alle nuove generazioni quei princìpi morali su cui andavano rifondate le basi della dignità e della libertà nazionale; cominciava cioè a prendere corpo l’ambizioso progetto di raffigurare simbolicamente la storia del genere umano e il progredire in essa dei valori fondamentali e necessari per una convivenza civile, progetto che troverà una incompiuta realizzazione nelle Grazie.
Qui il significato della "bellezza" prende la sua massima e più matura consistenza simbolica: accompagnata dalla "grazia" e incarnatasi in varie divinità femminili, essa si contrappone alle energie distruttive proprie delle divinità maschili, cercando di mitigarle in una perpetua e alterna lotta per consentire all’umanità forme di pacifica coesistenza. Non si tratta più della tradizionale lotta tra due categorie metafisiche come il bene e il male, ma fra due componenti interne a ciascun uomo: quella aggressiva, quasi memoria genetica di una brutalità primordiale, e quella più temperata, propria delle dolci pulsioni amorose.

L’isolamento e l’estraneità al clima romantico.
Ma questa visione laica della vita, forse troppo "letteraria", era destinata a cedere il passo — in una società italiana che andava cercando le proprie tradizioni e la propria identità culturale — alla più congeniale visione cattolico-liberale di Manzoni. Foscolo, rimasto legato, pur nella continua alternanza di speranze e delusioni, alle sorti dell’età napoleonica, al termine di questa finì per staccarsi dall’Italia. L’esilio, prima svizzero e poi inglese, coincise con il disseccamento della sua vena poetica, ma anche con un’intensa attività critico-teorica sull’arte, nettamente sganciata dalla fredda erudizione e dalla precettistica settecentesche e iniziatrice della moderna critica letteraria italiana.

 

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

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