La cattedra a Pavia. Sempre alla ricerca di un incarico ufficiale che gli garantisse una decorosa rendita, Foscolo poté contare, a Milano come a Brescia, sulla solidarietà e l’amicizia di molti importanti letterati tra cui Monti (ma i rapporti con lui si sarebbero ben presto deteriorati); riuscì così a essere nominato professore di Eloquenza all’università di Pavia, anche se, poco dopo, la cattedra venne soppressa. Ciò nonostante, Foscolo inaugurò l’anno accademico nel gennaio del 1809 con la celebre orazione intitolata Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, a cui seguirono altre lezioni che non vennero pubblicate, ma che conosciamo da manoscritti autografi. La volontà di svolgere tali lezioni testimonia l’avversione di Foscolo verso la politica francese: nella soppressione della cattedra di Eloquenza, cioè di letteratura italiana, non era infatti difficile vedere l’intento di francesizzare la nostra cultura.

I contrasti con l’ambiente milanese. Il biennio successivo fu caratterizzato da sempre più aspri contrasti con l’ambiente letterario e politico milanese, nutriti da feroci dispute e culminati nell’incidente dell’Ajace, tragedia andata in scena nel dicembre del 1811 alla Scala di Milano e qualche giorno più tardi bloccata dalla censura. Il viceré Eugenio Beauharnais aveva infatti decretato la proibizione di quel dramma che, ripercorrendo la vicenda dello sfortunato eroe greco, ingiustamente privato delle armi di Achille e perseguitato dal subdolo potere di Agamennone, sembrava alludere a un altrettanto infido e cinico potere napoleonico. A questo punto Foscolo decise di lasciare Milano per Firenze, dove scrisse un’altra tragedia, la Ricciarda, e pose mano all’ambizioso disegno di un nuovo poema mitologico-simbolico di impronta etico-civile dedicato alle Grazie .
Intanto, nel giugno del 1812, le armate napoleoniche invadevano la Russia, avviando una guerra che avrebbe portato, come è noto, alla disfatta delle truppe francesi e allo sgretolarsi del potere di Napoleone, e avrebbe coinvolto in una disastrosa avventura il "fiore della gioventù d’Italia", destinata a un inesorabile massacro; e così il nuovo poema, profondamente legato nel suo contenuto e nei suoi significati allegorici a tali vicende storico-politiche, naufragò con il decadere d’ogni speranza di indipendenza italiana, e rimase perciò incompiuto.

La disfatta napoleonica e l’esilio. Dopo la disfatta napoleonica a Lipsia (1813), l’avanzata delle truppe austro-russe divenne inarrestabile. Per amor di patria, Foscolo abbandonò il suo beato soggiorno fiorentino per seguire da vicino la catastrofe di Milano, sconvolta da violenti tumulti fomentati dal partito filoaustriaco. E quando gli austriaci del generale Bellegarde fecero il loro ingresso in città, il poeta (che si stava dedicando a segrete missioni diplomatiche per tentare di guadagnare alla causa della libertà italiana l’appoggio inglese), fortemente sospettato di cospirazione contro il restaurato governo austriaco, non poté far altro che prendere la via dell’esilio. Per non essere costretto a pronunciare il giuramento di fedeltà all’Austria, partì alla fine di marzo del 1815, lasciando i propri libri e le proprie carte a Silvio Pellico, suo giovane amico e ardente ammiratore.
La prima destinazione fu la Svizzera, dove, trovandosi in condizioni di estrema povertà, fu aiutato a distanza dallo stesso Pellico e da Quirina Magiotti, una delle sue amanti toscane, divenuta amica protettiva e in seguito principale depositaria della memoria del poeta. La definitiva meta dell’esilio, da cui non sarebbe più tornato, fu l’Inghilterra (meta in seguito di molti altri profughi italiani, tra i quali Mazzini), indicata già dall’Alfieri come l’unico paese in cui fosse possibile una vita libera e civile. Qui visse con alterne fortune dalla metà del 1816 fino al 10 settembre del 1827, data della sua morte, grazie alla munificenza di alcuni nobili amici e alla sua indefessa attività di giornalista e soprattutto di critico storico-letterario.

L’attività di critico. Sono da segnalare in particolar modo in questo periodo I vestigi della storia del sonetto italiano, gli studi danteschi (specie il Discorso sul testo della Divina Commedia), petrarcheschi (gli Essays on Petrarc) e boccacciani, le Epoche della lingua italiana; e inoltre vari saggi minori, come quello sulla Nuova scuola drammatica italiana, dove non vengono risparmiati giudizi assai taglienti sul teatro manzoniano. Del resto, anche nella Lettera apologetica antichi e non sopiti rancori spingono il poeta verso una polemica a distanza contro determinati circoli intellettuali italiani. Ma ormai Manzoni si avviava a essere il punto di riferimento incontrastato della nuova cultura italiana e la fama di Foscolo si andava irrimediabilmente appannando. Solo nel 1871 la salma del poeta fu solennemente traslata in Santa Croce a Firenze, a fianco di quei grandi che egli aveva celebrato nell’Ortis e nei Sepolcri.

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