Le peculiarità della poetica tassiana

Fra classicismo e barocco
La figura di Tasso si colloca nel momento di passaggio dal rinascimento al barocco e nella sua opera si possono individuare elementi che la riconducono all’uno o all’altro di questi due differenti movimenti culturali. Per l’opera di Tasso si usa spesso la definizione di manierismo, indicando con questo termine mutuato dalla storia dell’arte le caratteristiche spesso ambivalenti delle sue creazioni letterarie, sempre in bilico tra il classicismo umanistico-rinascimentale e la tentazione della trasgressione che sarà tipica della sensibilità barocca.
Tasso è un autore eclettico, che si è cimentato nei diversi generi letterari, anche se la sua fama è legata soprattutto al poema epico, a cui del resto egli stesso ha dedicato la maggior parte delle proprie energie creative. L’analisi delle altre sue opere consente però di riconoscere alcuni caratteri peculiari della sua poetica, e questo vale soprattutto per le Rime, che costituiscono un vero e proprio laboratorio, un repertorio di motivi e di immagini che si ritroveranno nel poema maggiore. Rispetto al petrarchismo imperante nel Cinquecento, Tasso dimostra una notevole autonomia e indipendenza di giudizio: più che alla rigida normativa bembesca egli si rifà al modello particolare e originale costituito dal canzoniere di Giovanni della Casa , un poeta che aveva saputo conferire ai propri componimenti un registro elevato e un tono malinconico. Tasso accentua nelle proprie liriche l’elemento musicale, spesso prediligendo la forma metrica del madrigale, meno vincolante rispetto a quella del sonetto, e si serve delle figure retoriche, soprattutto della metafora, che diventerà la cifra stilistica più tipica del barocco, con una notevole maestria e una grande capacità inventiva.

L’autobiografismo dell’opera
La sua produzione lirica è poi caratterizzata dall’autobiografismo e anche questo aspetto è una novità: l’io poetante di tanta tradizione lirica cinquecentesca non rivelava una sostanza biografica e l’intimismo si risolveva spesso in un atteggiamento di maniera. Nelle liriche tassiane, invece, spesso si avverte la presenza autentica del dramma esistenziale dell’autore, delle sue sofferenze e delle sue contraddizioni.
Gran parte dei tormenti di Tasso nascono, come si è detto nel profilo biografico, dal mai risolto rapporto con gli Estensi e, più in generale, con il vuoto rituale formalistico della vita di corte. Il frutto per certi versi più interessante di tale rapporto ambivalente, dell’odio-amore che lo lega alla corte ferrarese, si può trovare in Aminta, il dramma pastorale composto proprio in occasione di una festa di corte e in cui sotto le sembianze dei personaggi si celano le identità reali di vari cortigiani. In questo testo destinato allo svago dei nobili e alla celebrazione degli ideali cortesi, infatti, emerge una sottile polemica dell’autore nei confronti dell’insincerità di rapporti che caratterizza quel mondo a cui egli stesso appartiene e di cui vorrebbe condividere le abitudini e l’ideologia, ma senza riuscirci pienamente. Il poeta vive dunque con un’acuta coscienza lo scarto che avverte tra sé e il modello comportamentale cortigiano, che pure egli ha assunto come proprio. Questa mancata integrazione, acuita da un mai risolto rapporto competitivo con la figura del padre Bernardo che incarnava invece la figura del perfetto cortigiano, può spiegare gran parte della malinconia e dell’inquietudine che si possono rilevare in tanti passi delle sue opere.

La riflessione teorica di Tasso
La necessità di essere adeguato ai modelli prescelti si fa sentire anche nel campo della scrittura e può spiegare il fatto che in Tasso la creazione poetica è costantemente accompagnata e strettamente intrecciata alla riflessione teorica. Fin dai giovanili Discorsi dell’arte poetica (pubblicati solo nel 1587), più tardi ampliati e in parte rifatti con il titolo di Discorsi del poema eroico (1594), il poeta orienta la sua riflessione sull’esigenza di riprodurre in forme moderne il genere epico classico e sulla messa a punto di uno stile adatto al trattamento di temi eroici. Il nuovo poema epico doveva riuscire a conciliare i canoni aristotelici con quelli religiosi e controriformistici, e nello stesso tempo rispondere alle esigenze di dilettare il pubblico con la varietà dell’invenzione. La fedeltà alle regole aristoteliche, in particolare a quella dell’unità di azione, consente a Tasso di realizzare nella Gerusalemme liberata una struttura narrativa di grande compattezza; nello stesso tempo, però, egli si propone di introdurre nel poema una varietà di episodi, rompendo ogni possibile monotonia narrativa e realizzando l’ideale dell’ «unità nella varietà».

Una ricerca sempre insoddisfatta
Dotato di grande spirito autocritico, Tasso cerca di identificare integralmente la propria esistenza con la propria opera e aspira a sentirsi parte di un ordine superiore di regole e convenzioni le cui espressioni perfette sono l’aristotelismo in letteratura, il costume cortigiano in società e la chiesa controriformista in ambito religioso: non a caso la sua crisi letteraria e personale, riflessa nel timore ossessivo di non aver scritto un poema ortodosso, coincide con la rottura con gli Estensi.
La vita e l’opera di Tasso sono attraversate da una continua oscillazione tra ubbidienza e trasgressione, tra ricerca di certezze e di regole e fuga e allontanamento da esse, tra fascino dei valori rinascimentali e terreni e adeguamento ossessivo a quelli religiosi e controriformistici. Le sue drammatiche vicende biografiche hanno originato, nei secoli successivi, un vero e proprio «mito»: la sua figura è stata vista, soprattutto in età romantica, come l’emblema del complesso rapporto che lega il genio artistico alle istituzioni politiche e culturali e all’autorità.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

Aminta
Gerusalemme liberata
Rime

 

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