Marginalità ed europeismo

Trieste crocevia di popoli e culture.
Nel Profilo autobiografico redatto per l’editore Morreale nel 1928, Italo Svevo ha scritto: "Per comprendere la ragione di uno pseudonimo che sembra voler affratellare la razza italiana e quella germanica, bisogna aver presente la funzione che quasi da due secoli va compiendo Trieste alla Porta Orientale d’Italia: funzione di crogiolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono nella vecchia città latina". In queste parole è contenuto il senso della "triestinità" di Svevo, ovvero della sua appartenenza a una città dove da almeno due secoli la maggioranza italiana della popolazione ha convissuto con numerose minoranze etniche e religiose: tedeschi, sloveni, greci, ebrei; lui stesso, Ettore Schmitz, discendeva da una famiglia italo-tedesca di origine ebraica.

La cultura mitteleuropea nella formazione intellettuale di Svevo. Trieste, fino alla prima guerra mondiale, faceva parte dell’Impero asburgico. Le sue fortune commerciali erano legate alla sua funzione di principale porto austriaco dell’Adriatico: una realtà economica in sviluppo che richiamava un’immigrazione composita, proveniente da tutte le regioni dello stato multinazionale degli Asburgo. Tale situazione ha permesso a molti intellettuali italiani di mantenere un rapporto privilegiato con la cultura del centro Europa – la cosiddetta Mitteleuropa – e in particolare con quella di lingua tedesca, la cultura della classe dirigente dell’impero. Questa apertura verso apporti e fermenti diversi ha favorito il cosmopolitismo degli scrittori triestini, offrendo loro una vastità di orizzonti e di riferimenti del tutto originali se confrontati con tanta coeva letteratura italiana. La peculiarità di Svevo è già nella sua formazione: studia in Germania, si forma su alcuni classici tedeschi della letteratura (Jean Paul, Schiller, Goethe) e della filosofia (Schopenhauer, Nietzsche), legge molti autori fondamentali dell’Ottocento europeo (i naturalisti francesi, i romanzieri russi, Ibsen, i classici inglesi, dopo l’incontro con Joyce) ed è aperto alle suggestioni che provengono dalle scienze naturali (Darwin) e umane (Freud).

La letteratura come conoscenza critica del reale. Alla base della sua produzione c’è un’idea di letteratura come strumento di conoscenza critica del reale, lontana da ogni culto formalistico della "bella pagina". Per lui lo stile è solo un mezzo dell’operare letterario, mai il fine. Svevo, diversamente dal tipico letterato italiano, non ha una formazione umanistica, si interessa poco di poesia, alimenta la sua vocazione di scrittore psicologico con una passione analitica che fa di lui una sorta di scienziato della vita quotidiana, che supera le convenzioni del romanzo naturalista ma non rinuncia all’esigenza cognitiva che sta alla base della cultura positivista. In questo senso, la sua produzione "rientra nella grande tradizione analitica, etico-scientifica della narrativa austriaca e mitteleuropea" (C. Magris) fondata sulla commistione tra scrittura romanzesca e saggistica. Con buone ragioni, del resto, il titolo del capolavoro di Musil, L’uomo senza qualità, è stato spesso usato dalla critica per indicare con una formula sintetica il tipico personaggio sveviano.

Il tema della dissoluzione del personaggio. Un secondo elemento accomuna Svevo a diversi autori coevi, specie di lingua tedesca: il tema della dissoluzione del soggetto. Tutti gli eroi sveviani presentano i sintomi di un conflitto interiore che la coscienza analizza e scompone ma non sa risolvere: vittime di un contrasto tra desideri e intenzioni coscienti, tra immagine di sé e insorgenze del profondo che quell’immagine continuamente insidiano, essi possiedono una personalità nevroticamente scissa, in cui l’io si risolve in un mobile campo di tensioni. Questo interesse di Svevo trova un terreno fecondo nelle dottrine freudiane. Lo scrittore vede nell’opera di Freud gli strumenti conoscitivi di cui ha bisogno; a interessarlo sono la scoperta dell’inconscio come fondo oscuro della personalità individuale e il "disagio della civiltà" che ne deriva, non le possibilità terapeutiche, su cui nella Coscienza di Zeno si dichiara del tutto scettico.

Il conflitto fra vita borghese e vocazione letteraria. Ma c’è un altro elemento importante che lega la narrativa sveviana al suo luogo d’origine: città mercantile di banche e di assicurazioni, abitata da una classe media di affaristi e commercianti, Trieste diviene nei testi di Svevo, non diversamente dalla Parigi di Balzac o dalla Lubecca di Thomas Mann, un simbolo della società borghese trionfante in Europa. La vita borghese, che lo scrittore rappresenta da punti di vista diversi – fallita integrazione del protagonista in Una vita e Senilità, integrazione felicemente avvenuta, almeno in apparenza, nella Coscienza e nella produzione successiva –, si presenta come un orizzonte esistenziale senza alternative e come una condizione che inevitabilmente entra in conflitto con la vocazione letteraria. Il signor Ettore Schmitz, prima impiegato di banca e poi facoltoso commerciante, e lo scrittore Italo Svevo sono convissuti per molti anni nella stessa persona, dando origine a una sorta di sdoppiamento della personalità, di schizofrenia, che sta alla base del tormentato autobiografismo sveviano.

La scrittura come vizio nascosto e il tardivo riconoscimento. Durante i "venticinque anni di silenzio" che seguono all’insuccesso dei primi due romanzi, lo scrittore sembra essersi arreso quando dichiara, in un appunto di diario del 1902, di voler eliminare dalla sua vita "quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura". In realtà, egli non rinuncia a scrivere, come dimostra il ricco materiale che continua a produrre pur senza un obiettivo immediato di pubblicazione; la scrittura diventa per lui un vizio nascosto, con cui muove una sua privata guerriglia al conformismo e all’inautenticità della sua esistenza di affermato uomo d’affari e di rispettato padre di famiglia. Una situazione che può essere definita pirandelliana, in questo contrapporsi di maschera volontariamente indossata e verità esistenziale.
La commedia borghese recitata da Svevo ha un inaspettato lieto fine. La scoperta tardiva, i numerosi riconoscimenti italiani ed europei sono un risarcimento delle frustrazioni patite da uno scrittore di genio, costretto alla clandestinità da critici e lettori incapaci di capirlo; ma sono soprattutto la prova di una vittoria conseguita contro le ferree regole della società borghese: l’uomo che è vissuto pensando di essere la vittima di un mondo che gli era apparso senza via d’uscita, scopre, quasi alla fine della sua vita, di esserne la riconosciuta coscienza critica.

La modernità di Svevo. Da questo insieme di elementi che abbiamo messo in luce derivano l’originalità di Svevo e la posizione di assoluto rilievo che la sua opera occupa nella letteratura novecentesca. Il lettore d’oggi ricava ancora dalle sue pagine, scritte molti decenni fa, l’impressione di una straordinaria modernità. Il merito non è solo delle pur rilevanti innovazioni tecniche e compositive, quanto della tempestività con cui lo scrittore ha saputo cogliere e rappresentare problemi, conflitti psicologici, comportamenti che, eccezionali ai suoi tempi, appaiono oggi comuni e quotidiani, caratteristici del disagio esistenziale contemporaneo.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

La coscienza di Zeno

 

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