Lo sgomento per l’infinito e il "nido" protettivo. Il tema della morte e del mondo dei morti (con il loro ineluttabile richiamo al Nulla, tra desiderio e angoscia), come pure quello della regressione a una dimensione infantile, prelogica, o addirittura prenatale, e della tenace chiusura protettiva nel "nido", con i ricorrenti riferimenti autobiografici e familiari, costituiscono motivi costanti della poesia pascoliana. Ma la complessità del mondo poetico pascoliano include anche l’attenzione, oltre che al microcosmo delle cose umili e quotidiane, anche al macrocosmo spaziale. Le scoperte scientifiche del tempo, il pensiero positivistico, lo portano a sentire e a esprimere il fascino terribile dell’universo astronomico in movimento, dove la terra abitata dall’uomo non è che un minuscolo atomo che ruota vorticosamente e misteriosamente in uno spazio infinito. Una tale visione crea sgomento, e l’uomo, per sfuggire al senso di vertigine che potrebbe distruggerlo, resta ancorato al piccolo guscio terrestre come appunto a un nido o a un grembo materno. Di questi motivi troviamo frequenti rappresentazioni nei Nuovi poemetti e in Odi e inni, raccolta, quest’ultima, in cui però prevalgono intenti moralistico-pedagogici e celebrativi che finiscono per condizionarne i risultati.

Il mondo classico riletto da una sensibilità moderna. L’orizzonte culturale di Pascoli e la sua formazione comprendono anche una specifica attenzione per il mondo classico, e soprattutto ellenico, come è ben documentato nei Poemi conviviali, scritti nel decennio 1895-1905 e dedicati soprattutto ad argomenti tratti dalla mitologia greca. La distanza offerta dall’argomento mitologico permette all’autore di staccarsi dalla dimensione individuale e soggettiva, per dare luogo a un’osservazione degli uomini nella loro realtà metastorica: lungi dal voler rappresentare realisticamente il mondo classico, i Poemi proiettano sul lontano passato l’angosciosa e moderna coscienza della precarietà del destino umano.
Stilisticamente, in questi componimenti prevale l’armonia di un endecasillabo che racconta un mondo in cui la poesia e la bellezza sono a un tempo consolazione e grido di protesta contro la morte.

Lo scardinamento delle strutture poetiche. La varietà tematica e stilistica della sua poesia e l’apparente facilità di tanti testi molto celebrati hanno procurato al poeta romagnolo una fortuna e un favore che sono anche il riflesso di una lettura superficiale, attenta soprattutto a certi rassicuranti ideali piccolo-borghesi, come la celebrazione degli affetti familiari, della pace e della concordia universali, che in dubbiamente costituiscono un leitmotiv in quasi tutte le raccolte pascoliane, ma che non possono esserne considerati la caratteristica più pregnante. Non bisogna infatti dimenticare che l’impronta più profonda lasciata da Pascoli sulla poesia del Novecento è da ricercare nello scardinamento radicale delle strutture poetiche tradizionali che egli ha attuato con la sua ricerca stilistico-formale, dove un ruolo di assoluto rilievo occupa il rinnovamento del lessico. Dopo quella che, con una felice espressione di Giacomo Debenedetti, si può definire la "rivoluzione inconsapevole" di Pascoli, cioè la creazione di una lingua e di un universo poetici assolutamente nuovi, spesso addirittura al di là delle reali intenzioni dell’autore, la poesia italiana non sarà più la stessa; Pascoli apre ai poeti del nostro secolo la strada verso una lirica che abbandona, o comunque riconsidera criticamente, il suo legame con una tradizione secolare a favore di nuovi oggetti poetici, di un nuovo linguaggio, di rinnovate strutture metriche e sintattiche.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

Canti di Castelvecchio
Myricae
Poemetti

 

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