Fra regressione e sperimentazione

La pubblicazione di Myricae, nel 1891, segna un momento cruciale e di rinnovamento per la poesia italiana, se non già un suo ingresso nel Novecento. E questo aspetto di novità, che si può dire "sperimentale", di Pascoli è anche all’origine di certe reazioni di netta sorpresa, di dissenso o di disorientamento, di fronte a un’opera che si distacca dalla tradizione che va da Petrarca a Carducci.

La poesia come "improvvisa rivelazione". In un’intervista rilasciata a Ugo Ojetti, Pascoli aveva parlato della necessità di uno "svecchiamento del lessico poetico per un rinnovamento della poesia italiana", aggiungendo anche che "la poesia non è in ogni caso razionalità, non procede per sillogismi e non è nemmeno logicità, non tende a convincere la mente"; il segreto della poesia, diceva ancora, sta in una "improvvisa rivelazione del mondo". Siamo dunque di fronte a una sensibilità del tutto nuova e moderna, a un’idea della poesia che ha profonde relazioni con il simbolismo, che spezza la visione chiara e logica del mondo, ordinata e inquadrata secondo uno schema di gerarchie e categorie sicure. Il mondo della campagna romagnola che fa da sfondo ai testi di Myricae è descritto con una precisione e una proprietà di linguaggio che sarebbe errato far dipendere da un intento realistico: restituire alle singole cose il loro aspetto più autentico, chiamarle con il loro nome significa per Pascoli connotarle di un valore simbolico specifico e unico che deriva dal rapporto fondamentale ed esclusivo con il proprio io. Il mondo esterno, in altri termini, viene letto in chiave soggettiva proprio nel momento in cui sembra rappresentato con estrema oggettività e questa è la caratteristica della poesia pascoliana che ha spesso favorito letture equivoche e fuorvianti, care anche a tanta tradizione scolastica, di Pascoli come "poeta delle piccole cose", della semplicità, dell’infanzia incontaminata. Pascoli, secondo quanto egli stesso afferma esponendo i princìpi della propria poetica, lascia parlare il "fanciullino" che è nascosto in ognuno di noi e che guarda la realtà secondo prospettive inconsuete: "Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare".

Le innovazioni stilistiche. Per conseguire questo risultato, Pascoli si muove seguendo vie inedite, sia sul piano formale e linguistico sia su quello contenutistico. Con straordinaria sapienza stilistica adotta una grande varietà di metri e strutture strofiche, senza appoggiarsi agli illustri modelli più diffusi, come la canzone petrarchesca e leopardiana o come il sonetto; introduce un linguaggio spesso mutuato dall’uso quotidiano o dialettale, ma utilizza anche vocaboli rari e dotti, prelevati meticolosamente da dizionari come quelli di botanica; dà largo spazio all’onomatopea e a meccanismi fonosimbolici che traducono in termini di musicalità, e in suoni a volte inarticolati, il senso lirico della sua presenza sensibile nel mondo, il suo sentimento della vita. Come si vedrà in alcune delle poesie qui antologizzate, adotta una costruzione spesso irregolare o asintattica, prediligendo la giustapposizione delle immagini e delle situazioni, utilizzando un andamento paratattico che abolisce i nessi logici più comuni.

Il tema del male e della morte nei "Poemetti". Tale linea compositiva, inaugurata con la prima edizione di Myricae, è affiancata, a partire dal 1897, da un modello poetico a essa complementare più che alternativo, rappresentato dai Poemetti: si tratta di componimenti di più ampio respiro, in terzine di endecasillabi, dove più esplicitamente il mondo rurale è caratterizzato dalla presenza umana. I protagonisti dei Poemetti sono uomini e donne che, attraverso l’esperienza del dolore, scoprono i valori della solidarietà con gli altri uomini e con gli animali contro il male che incombe minaccioso; proprio l’inquietante e misteriosa presenza del male e della morte caratterizza alcuni testi che sono tra i più interessanti di questa raccolta e dell’intera produzione pascoliana.
Nei Canti di Castelvecchio, definiti dallo stesso Pascoli "Myricae autunnali", ritornano invece la metrica estremamente libera e il linguaggio particolare della prima raccolta, ma si fa sentire anche l’esperienza dei Poemetti, tanto è vero che queste poesie sono più articolate e meno frammentarie di quelle di Myricae, e sono caratterizzate spesso da una malìa lirica insinuante, riflesso della presenza di temi e ispirazioni legati al mondo dell’inconscio.

 

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