Governatore in Garfagnana. Nel 1522 si stabilì a Castelnuovo in Garfagnana, dove fu inviato per ricoprire l’incarico di governatore; vi restò tre anni, dovendo fronteggiare situazioni assai spinose, a causa del brigantaggio e della turbolenza dei signorotti locali; a quanto sembra riuscì a svolgere il suo incarico con equilibrio e fermezza, mostrandosi tutt’altro che inetto agli affari pratici e politici; ma la sua indole gli faceva rimpiangere la vita ferrarese, più ritirata e tranquilla («Io ’l confesso ingenuamente, ch’io non sono uomo da governare altri uomini»).

Gli ultimi anni a Ferrara. Lasciata la «fossa profonda» della Garfagnana nel 1525, tornato a Ferrara, Ariosto acquistò una casa in contrada Mirasole (oggi via Ariosto), sulla cui facciata un’iscrizione, citando Orazio, recitava: «Parva sed apta mihi» (“Piccola ma adatta a me”); qui trascorse serenamente i restanti anni della sua vita, confortato dall’affetto di Alessandra Benucci e del figlio Virginio (nato da una relazione precedente). Ormai in grado di vivere di rendita, Ariosto poté finalmente dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria e in particolare alla produzione drammaturgica e alla revisione del suo capolavoro. Nel 1528 scrisse la sua commedia migliore, la Lena, e nello stesso periodo riscrisse in endecasillabi sdruccioli la Cassaria (1528) e i Suppositi (1531). Nel 1532, dopo un decennale lavoro di revisione linguistica, stilistica e di ricomposizione strutturale, pubblicò la terza e ultima redazione del Furioso, in quarantasei canti con l’aggiunta di nuovi episodi.
Il 6 luglio 1533 Ariosto si spense per una enterite. Fu sepolto nella chiesa di San Benedetto e, nel 1801, le sue spoglie furono traslate nella sala maggiore della Biblioteca Ariostea di Ferrara.

Dimensione fantastica e conoscenza del reale

Ariosto e le contraddizioni del rinascimento. Ludovico Ariosto e il suo Orlando furioso sono stati tradizionalmente riconosciuti come l’autore e l’opera più rappresentativi della cultura umanistico-rinascimentale, cultura che a lungo la critica ha interpretato alla luce delle categorie di armonia e razionalità, individuandone il nucleo essenziale in una perfetta consonanza fra uomo e mondo. Francesco De Sanctis, ad esempio, ha visto nella «bonomia» il tratto più caratteristico dell’animo ariostesco e Benedetto Croce ha individuato nell’«armonia» la qualità principale del poema. In questa impostazione critica l’immagine di un Ariosto soddisfatto e pacificato si concilia con quella di portavoce di un mondo in ultima analisi felice e concorde.
In realtà, l’intera civiltà rinascimentale andrebbe riconsiderata come un’epoca di conflitti e di ambivalenze ed è un dato di fatto che il suo tentativo di accordare il divino con l’umano si è svolto tra dubbi e incertezze anche irrisolvibili. In ogni caso, poi, è difficile pensare che un periodo così tormentato per la storia politica e civile della Penisola non abbia lasciato tracce nel poeta più sensibile e moderno della sua epoca.
La critica più recente ha in effetti ridimensionato l’immagine di Ariosto come uomo pacificato e soddisfatto di sé, capace di guardare il mondo con atteggiamento sorridente e indulgente, e quella di Orlando furioso come un’opera costruita sul concetto di armonia: come l’animo del poeta è spesso tormentato e inquieto, così anche il poema è segnato di frequente dall’irruzione della disarmonia, della trasgressione, del lato oscuro di situazioni e personaggi. Bisogna dunque riconoscere ad Ariosto e alla sua opera, come del resto accade per tutti i classici, una complessità e una ricchezza che difficilmente si lasciano definire ed etichettare in modo certo; quello che conta è però notare come i valori più profondi dell’umanesimo, il laicismo, la tolleranza, la disponibilità ad accogliere la diversità come ricchezza, in sintesi una visione terrena e umana dell’esistenza, siano alla base di tutte le opere ariostesche.

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