Jacopone da Todi

Jacopo de’ Benedetti nacque a Todi intorno al 1236; della sua vita non si conosce quasi nulla fino al momento del suo ingresso nell’ordine francescano (avvenuto nel 1268), se non che esercitò nella sua città natale la professione di procuratore legale. La drammatica scomparsa della moglie, Vanna di Bernardino di Guidone, morta in seguito al crollo di un pavimento durante una festa in un castello, segnò una svolta decisiva nella vita di Jacopo: una consolidata tradizione narra che la scoperta sul suo corpo di un cilicio, strumento di penitenza corporale, avesse turbato a tal punto Jacopo da convincerlo ad abbandonare tutto e a prendere i voti religiosi. Dopo dieci anni di ascesi e di penitenza, entrò nel 1278 nell’ordine dei Frati minori e si schierò con l’ala rigorista degli spirituali: dopo la morte di san Francesco , infatti, l’ordine era stato percorso da una lacerante spaccatura fra gli spirituali, fautori di una rigida applicazione della regola, soprattutto riguardo all’assoluta povertà, e i conventuali, più accomodanti, che riconoscevano ai conventi la facoltà di avere proprietà e di abbellire i luoghi di culto.
L’elezione al soglio pontificio dell’eremita Pietro da Morrone, che prese il nome di Celestino V, accese le speranze di un rinnovamento in senso pauperistico della Chiesa di Roma; ma l’abdicazione di Celestino V e l’ascesa di Bonifacio VIII spensero sul nascere tali speranze. Jacopone assunse una posizione di esplicito dissenso rispetto alla politica del nuovo pontefice, venne scomunicato e subì il carcere fino al 1303, anno della morte di Bonifacio VIII. Provato dall’esperienza della prigionia, Jacopone si ritirò nel convento di Collazzone, dove morì nel 1306.
Di Jacopone rimangono novantadue laude , nelle quali è possibile isolare due filoni apparentemente contrastanti: a un deciso e militante inserimento nelle lotte del mondo si affianca un’altrettanto forte aspirazione a estraniarsi da esso, nella ricerca di un contatto diretto con Dio. Numerose sono le laude che entrano nel vivo degli scontri religiosi dell’epoca e che raccontano vicende autobiografiche, come i dieci anni trascorsi a mendicare o la dolorosa e dura esperienza del carcere e della scomunica: si pensi alla lauda Que farai, Pier dal Morrone, in cui Jacopone incalza Celestino V nel suo programma di rinnovamento, oppure alla potente invettiva O papa Bonifazio, molt’hai iocato al monno in cui attacca duramente l’odiato Bonifacio VIII. A simili componimenti dal tono risentito e aspro se ne contrappongono altri caratterizzati da un forte desiderio di ascesi, da un totale disprezzo del corpo (si pensi alla lauda in cui Jacopone invoca su di sé tutte le peggiori malattie) e da uno slancio mistico volto a ricercare la comunione con Dio. Alla saggezza egli contrappone la follia, al principio aristotelico della misura oppone la dismisura, da intendersi come traboccante amore per Dio, come incessante anelito alla verità.
Nei suoi versi l’estremismo si manifesta anche a livello stilistico, dando vita a una poesia che alla raffinatezza preferisce l’immediatezza e l’evidenza del messaggio. La critica romantica, soprattutto con la fortunata espressione di Alessandro D’Ancona che definì Jacopone il «giullare di Dio», aveva messo in rilievo la spontaneità del sentimento e l’assenza di una impostazione retorica della poesia jacoponica. In realtà, malgrado le sue accese polemiche nei confronti della cultura e in particolare di quella elaborata dai centri universitari di Parigi e di Bologna, Jacopone è scrittore colto e più controllato di quanto una prima lettura possa far intendere. Dal suo orizzonte culturale emerge con chiarezza la precisa conoscenza dei grandi mistici come san Bernardo e Ubertino da Casale, delle opere di sant’Agostino e di Innocenzo III, delle leggende francescane; ma non gli è del tutto estranea neppure l’esperienza della lirica d’amore, sebbene gli stilemi della poesia cortese vengano spesso consapevolmente ribaltati o riutilizzati per versificare il suo amore per Dio. L’inserimento di molti termini plebei e dialettali e la sintassi piuttosto irregolare, ellittica e ricca di anacoluti, lungi dall’essere prova di rozzezza e impreparazione sono i mezzi che permettono a Jacopone di raggiungere un espressionismo assai efficace e di dare risalto alle proprie concezioni della vita, del mondo e di Dio.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

Laude