Guido Cavalcanti

Nato a Firenze intorno al 1255, da una famiglia aristocratica di parte guelfa, nel 1267 fu concordato il suo fidanzamento con Bice, figlia del potente Farinata degli Uberti, esponente del partito ghibellino. Guido occupò diverse cariche nel comune, entrando a far parte per due volte del Consiglio generale, fino a che nel 1293 gli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella lo esclusero, insieme a tutta la classe aristocratica, dai pubblici uffici. Di indole incline allo scontro, militò fra i guelfi bianchi e si rivelò fra i più accesi nemici della famiglia dei Donati, che capeggiavano il partito dei neri. Nel 1300 i priori del comune (fra cui Dante , grande amico di Guido), nel tentativo di sedare le lotte e di dare un segnale di pacificazione alla città, presero la decisione di esiliare gli esponenti più facinorosi delle fazioni in lotta; tra questi Cavalcanti, che fu costretto a trasferirsi a Sarzana, dove si ammalò. Tornato a Firenze, dopo qualche mese vi morì.
Cavalcanti ci ha lasciato una cinquantina di componimenti fra sonetti, ballate e canzoni. A queste ultime e in particolare alla canzone-manifesto della sua poetica, Donna me prega, studiatissima già dai contemporanei, Cavalcanti riservava la speculazione teorica sull’amore, sulla sua genesi e sulla sua vera essenza. L’amore è sentito e vissuto come passione che il poeta subisce e che risiede nell’anima sensitiva dell’uomo, portando angoscia, sbigottimento, paura e morte. I sonetti sviluppano questa concezione con continue variazioni sul tema del tormento d’amore e sulla sua fenomenologia, con il netto prevalere di toni tragici e altamente drammatici. Nelle ballate invece scopriamo un Cavalcanti più leggero, dal tono più popolareggiante, scevro da implicazioni di carattere filosofico.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

Rime