L’influsso del positivismo. A tale chiarificazione concettuale contribuisce in maniera determinante il clima culturale degli ultimi anni Settanta, che si arricchisce di nuove suggestioni e soprattutto vede affermarsi anche in Italia la cultura positivista, a cui Verga si avvicina anche grazie all’opera di divulgazione svolta dall’amico Capuana, che recensisce e diffonde numerose opere dei naturalisti francesi, in particolare di Zola. All’arte viene attribuita la facoltà e il compito di rappresentare l’uomo nella sua concretezza di essere vivente, sottoposto a leggi scientificamente verificabili e determinato nella propria esistenza dall’ambiente sociale e culturale in cui vive.

Il progetto del "Ciclo dei vinti". Le nuove tecniche narrative messe a punto da Verga nelle novelle di Vita dei campi trovano applicazione nel progetto di un ciclo di romanzi, sul modello di quello zoliano dei Rougon-Macquart. Nei cinque romanzi dedicati ai vinti (I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso), Verga si propone di esplorare con il metodo scientifico proprio del naturalismo l’intera gamma delle classi sociali: il primo romanzo sarà infatti dedicato all’analisi delle condizioni di vita di una famiglia di pescatori, cioè di un mondo elementare, privo di complessità culturale e politica; nei quattro romanzi successivi si sarebbero affrontate forme di esistenza via via più complesse (il borghese, l’aristocratico, l’uomo politico, l’intellettuale), in cui alle priorità legate alla semplice sopravvivenza si aggiungono progressivamente altri e più mediati bisogni e finalità, come la volontà di migliorare la propria condizione sociale ed economica, l’ambizione ecc. Verga istituisce così una progressione che non riguarda solo il profilo economico, ma anche la "complessità" dell’animo umano (al vertice della scala vi è infatti la figura dell’artista). Proprio per questo, dei cinque romanzi previsti, l’autore portò a compimento soltanto i primi due (e alcuni capitoli del terzo): la sua tecnica narrativa, secondo quanto egli stesso riconobbe, si trovava in difficoltà di fronte a personaggi interiormente molto complessi, i cui atteggiamenti, comportamenti, parole non fossero l’immediata manifestazione dei pensieri e degli stati d’animo.

Il progresso e la sconfitta dei più deboli. Alla base del progetto di Verga vi è la riflessione sul progresso, individuato come motore fondamentale della storia umana: il progresso trae infatti origine dalla naturale spinta a migliorare la propria esistenza, che si esercita a ogni livello sociale, e perciò anche nel mondo arcaico e apparentemente immutabile descritto nei Malavoglia. Con ciò Verga accetta la concezione deterministica della realtà propria della cultura positivista, ma rifiuta quella fiducia nel progresso che era alla base dell’ottimismo degli intellettuali contemporanei: il costo di questo incessante moto universale è la sconfitta degli individui più deboli (i vinti, appunto), che dal progresso restano travolti. L’autore stesso afferma infatti, nella Prefazione ai Malavoglia: "Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell’insieme, da lontano [...] Il risultato umanitario [dell’umanità nel suo complesso] copre quanto c’è di meschino negli interessi particolari che lo producono"; ma "l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda [...] ai vinti che levano le braccia disperate".

Il pessimismo verghiano. Muovendo da questi presupposti, da questa predilezione per i "vinti", la produzione letteraria verghiana approda a una dolorosa presa di coscienza della realtà, a una analisi delle condizioni esistenti che resta però priva di prospettive e di sbocchi.
Rifiutando il valore positivo del progresso, Verga rifiuta infatti anche di coniugare il concetto stesso di sviluppo con la fiducia in un possibile miglioramento oggettivo della società.
Questo pessimismo di fondo allontana Verga dalle ideologie socialiste e populiste che animavano tanta narrativa ottocentesca, evitando che la sua narrazione scada in toni facilmente consolatori, ma la chiude anche in una visione staticamente conservativa del passato: per lui non si tratta tanto di celebrare gli ordinamenti antichi (che di per sé non sono né migliori né più vitali), quanto di rispettare quei valori morali di autentica umanità che i nuovi miti del successo e del denaro vanno corrompendo.
Ciò è evidente nei due romanzi maggiori: i Malavoglia si perdono proprio nel momento in cui si allontanano dalle tradizioni familiari, gelosamente tramandate attraverso i "motti degli antichi"; Mastro-don Gesualdo si ritrova solo e disperato proprio nel momento in cui sembra aver raggiunto il successo economico e sociale.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

I Malavoglia
Mastro-don Gesualdo

 

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