L’interesse per il teatro. A partire dal 1884, Verga si dedica anche al teatro: in questo stesso anno viene rappresentata a Torino la riduzione teatrale della novella Cavalleria rusticana. Il teatro occuperà a più riprese l’attività dello scrittore, che tuttavia, almeno per qualche anno ancora, non abbandonerà la narrativa, pubblicando nel 1887 la raccolta Vagabondaggio, nel 1889 il romanzo Mastro-don Gesualdo , nel 1891 I ricordi del capitano d’Arce. In questo periodo compie numerosi viaggi a Roma, in Sicilia e in Germania, dove Cavalleria rusticana viene rappresentata in diverse città. Nel 1890, l’opera musicale di Pietro Mascagni tratta dalla stessa novella ottiene un grande successo; Verga intenta al musicista e all’editore Sonzogno una causa legale che vincerà nel 1893, ottenendo una cospicua somma di denaro.

Il ritorno a Catania e l’involuzione politica. Nello stesso anno 1893 Verga lascia Milano e si stabilisce definitivamente nella città natale, dalla quale si allontanerà solo per brevi viaggi. Abbandonata la narrativa dopo la pubblicazione dell’ultima raccolta di novelle, Don Candeloro e C.i (1894), si dedica soprattutto al teatro: nel 1903 viene rappresentato a Milano il dramma Dal tuo al mio, singolare opera che testimonia la definitiva assunzione di una visione sociale conservatrice e sempre più pessimista. Del resto, già nel 1898, in occasione dei moti di Milano, Verga aveva espresso il proprio compiacimento per la durezza della repressione esercitata dal generale Bava Beccaris, e più avanti si dichiarerà sostenitore del programma dei nazionalisti e della partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale. Nominato senatore del Regno nel 1920, trascorre gli ultimi anni in solitudine a Catania, dove muore il 27 gennaio 1922.

Sperimentalismo e pessimismo

Una poetica in costante evoluzione.
Nonostante abbia vissuto a lungo in città come Firenze e Milano, in cui il dibattito culturale e l’elaborazione intellettuale erano particolarmente vivi, Verga si rivela uno scrittore scarsamente incline a lasciare testimonianze di ordine teorico intorno alla propria opera. Se si eccettuano infatti le Prefazioni alla novella L’amante di Gramigna e al romanzo I Malavoglia e alcune lettere indirizzate ad amici e colleghi (Salvatore Paolo Verdura, Felice Cameroni, l’editore Treves, Luigi Capuana), le pagine di Verga sui presupposti teorici della sua narrativa sono assai scarse. A dispetto dei silenzi dell’autore, però, è possibile ricostruire attraverso l’analisi delle opere le tappe di una poetica in costante evoluzione.

I temi storico-patriottici delle prime prove. Negli anni della formazione e dell’esordio letterario, il giovane intellettuale siciliano si mostra vivamente interessato alle vicende della propria epoca, che vede compiersi il processo di unificazione nazionale. Già durante gli studi, come molti intellettuali suoi contemporanei, Verga intraprende la strada del giornalismo e trasferisce nelle prime prove narrative l’entusiasmo giovanile per temi storico-patriottici di varia ambientazione: la rivoluzione americana in Amore e patria, l’opposizione al regno di Murat in Calabria ne I carbonari della montagna, la dominazione austriaca a Venezia in Sulle lagune. Dal punto di vista letterario, queste prime opere risentono in misura notevole degli schemi convenzionali del romanzo storico e d’appendice, sia italiano sia francese (Guerrazzi, Eugène Sue, i Dumas, Octave Feuillet), di cui Verga è appassionato lettore.

La fase tardoromantica. Negli anni Settanta, la necessità di avere contatti diretti con i luoghi di produzione della cultura spinge il giovane scrittore a trasferirsi "sul continente" e a conformare la propria produzione alle esigenze del mercato editoriale. Nel decennio 1865-1875, perciò, Verga abbandona l’esausta tematica storico-risorgimentale e si dedica inve ce a opere di carattere tardoromantico e di ambientazione borghese (Una peccatrice, Eva, Tigre reale, Eros), che gli procurano una discreta fama.
Sebbene si tratti di opere alquanto diverse tra loro, è possibile riscontrare in esse analogie di caratteri, situazioni e ambienti. Incentrati generalmente sulla figura di un giovane artista provinciale trasferitosi in una grande città, i romanzi in questione rappresentano una sorta di autobiografia fittizia, in cui l’autore esamina le drammatiche conseguenze dell’incontro con un mondo che, espresso simbolicamente dall’artificiale e pericolosa bellezza delle donne che lo abitano, minaccia l’integrità morale e psicologica del protagonista. Solo il ritorno alla famiglia e ai luoghi di origine (come accade in Tigre reale) sembra garantire un’adeguata difesa dal fallimento e dal dolore.

 

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