Il ritorno in una Firenze in crisi. Il felice soggiorno a Napoli si concluse nel 1340, quando la banca dei Bardi entrò in crisi e Boccaccino, tornato a Firenze, vi richiamò poco dopo il figlio. Intorno al 1345 i Bardi, i Peruzzi, i Frescobaldi e altre compagnie fiorentine dichiararono fallimento (soprattutto per l’insolvenza del re d’Inghilterra); tre anni dopo la peste nera dimezzò la popolazione e le risorse economiche della città, arrestando il formidabile sviluppo dei decenni precedenti. Per queste ragioni, oltre che per motivi più strettamente biografici, Boccaccio visse il ritorno a Firenze non come un rimpatrio, ma come un esilio, come risulta da alcuni versi del Ninfale d’Ameto (cominciato a Napoli e portato a termine a Firenze nel 1341): «Quivi [a Napoli] beltà gentilezza e valore / leggiadri motti, esempio di vertute, / somma piacevolezza»; a Firenze «non si ride mai se non di rado; / la casa oscura e muta o molto triste / me ritiene e riceve, mal mio grado [mio malgrado]». Firenze gli apparve «piena di voci pompose e di pusillanimi fatti, serva non a mille leggi ma a tanti pareri quanti v’ha uomini, e tutta in arme e in guerra [...] e di superba, avara e invidiosa gente fornita».

Il complesso rapporto con la classe di provenienza. Ma nonostante questa presa di posizione che contrappone la comunale Firenze alla monarchica Napoli, vista come più concorde e pacifica «sotto un solo re», Boccaccio non sarà mai più uomo di corte (se si eccettuano i soggiorni presso i Polenta a Ravenna e gli Ordelaffi a Forlì); «divenne anzi cittadino, con un impegno civile nei confronti della borghesia più intelligentemente conservatrice, durante il ventennio di contenimento delle nuove istanze sociali avanzate dal “popolo minuto”» (C. Muscetta). Boccaccio, insomma (per citare ancora Muscetta), «borghese abbastanza agiato per non avere complessi d’inferiorità nei confronti della nobiltà», aveva la voglia e il gusto di snobbare la classe da cui proveniva, ma non poteva «rinnegare l’alta lezione di vita ch’egli aveva appreso e che era l’aspetto umanistico dei rapporti mercantili, quel senso del concreto, dell’individuale e del reale, quell’empirismo spicciolo e non dottrinario» che caratterizzò i suoi rapporti personali, la sua azione diplomatica oltre che la sua opera maggiore.

La composizione del Decameron. La stesura del Decameron impegnò Boccaccio negli anni immediatamente successivi alla pestilenza che investì Firenze nella primavera del 1348 e che viene descritta nelle prime pagine dell’opera. Nel Decameron confluiscono da un lato le varie esperienze esistenziali dell’autore, dall’altro la sua eclettica cultura letteraria, con il risultato di dar vita a un affresco del tutto eccezionale per varietà e ampiezza. L’originalità del Decameron va infatti cercata innanzitutto nello straordinario ampliamento dei confini del «raccontabile» su cui l’opera si basa. Tale ampliamento riguarda innanzitutto lo spazio geografico, che nel Decameron comprende tutto il mondo europeo e mediterraneo, dalla Francia alla Palestina, da Napoli e dalla Sicilia a Firenze, al Piemonte, alle Fiandre. Ma riguarda soprattutto lo spazio sociale, dato che Boccaccio rappresenta una grandissima varietà di tipi umani, dal contadino al mercante, dal nobile decaduto al principe feudale, dall’artigiano borghese al frate. Alcuni gruppi sociali hanno, è vero, un rilievo del tutto eccezionale rispetto ad altri: i mercanti, le donne, il clero. Ma ciò che differenzia il Decameron da ogni raccolta di novelle precedente non è tanto il rilievo che queste e altre categorie assumono al suo interno, quanto il quadro della realtà vario e concreto che emerge dalle sue pagine.

Boccaccio studioso e diplomatico. Il Decameron si impose immediatamente come il capolavoro del suo autore. Boccaccio ebbe l’occasione di conoscere Petrarca e di conquistarne l’amicizia, e il poeta aretino tradusse in latino l’ultima novella dell’opera, garantendone la diffusione presso i dotti di tutta Europa e favorendo la fama del suo autore.
Paradossalmente, però, dopo il Decameron Boccaccio rinuncia quasi del tutto alla creazione letteraria e preferisce volgersi agli studi umanistici ed eruditi. Gli anni Cinquanta sono quelli della nascita dell’amicizia e del sodalizio intellettuale con Petrarca (testimoniati da incontri, lettere, scambi di manoscritti e di codici), ma sono anche gli anni del Boccaccio «cittadino» al servizio del Comune fiorentino, ambasciatore della città (in Romagna, Baviera e Avignone) grazie alla fama letteraria ormai raggiunta. Due aspetti questi – lo studioso e il diplomatico – che lo avvicinano al Petrarca stesso, verso cui nutriva la reverenza dell’allievo verso il maestro (sebbene avesse solo nove anni di meno), e soprattutto agli umanisti-funzionari del Comune come Coluccio Salutati e Leonardo Bruni. Ma Boccaccio, diversamente dalle altre due «corone» della letteratura italiana, Dante e Petrarca, non si sentì mai un’autorità intellettuale e morale o, per usare un’espressione moderna, una coscienza critica del suo tempo, e niente gli era più estraneo dell’ambizione di essere un «poeta laureato». Il suo carattere del resto era quello di un uomo quieto, ben piantato sulla terra (chi lo conosceva lo chiamava «Giovanni Tranquillità») e non troppo portato alla riflessione sulle questioni ultime (anche se un anno prima di morire dedicò a Petrarca le seguenti parole: «Quel glorioso maestro, il quale con reiterati ammonimenti mi aveva persuaso a diriger la mente verso le cose eterne, lasciando da parte il diletto delle temporali, aveva così, se pur non pienamente, certo rivolto a uno scopo migliore i miei affetti»).

Ripiegamento interiore e crisi religiosa. Nel 1360 Boccaccio, in seguito alla congiura in cui furono coinvolti numerosi suoi amici, lasciò Firenze per Certaldo e per quattro anni non ebbe incarichi ufficiali. Così descrive il suo stato d’animo in una lettera all’amico Pino de’ Rossi, anch’egli in esilio: «Io sono tornato a Certaldo e ho cominciato [...] a confortare la mia vita [...] Odo cantare gli usignuoli e gli altri uccelli con non minore diletto che fusse già la noia d’udire tutto il dì gl’inganni e le dislealtà de’ cittadini nostri». Il suo rancore, ripetuto e sottolineato in altri passi della lettera, è rivolto soprattutto ai maneggi e agli intrighi della vita cittadina. In questi anni di ripiegamento interiore Boccaccio maturò una profonda crisi religiosa, tanto che fu a un passo dal bruciare le sue opere e abbandonare gli studi. A questa crisi contribuì il clima severo e penitenziale dovuto al ritorno della peste (1361-1364) e alla predicazione dei domenicani, ma anche la celebre lettera del beato Pietro Pietroni (1362), il quale, predicendogli una morte prossima, lo minacciava di dannazione eterna qualora non avesse abbandonato l’arte e gli studi profani per volgersi alle cose eterne. Ma fu lo stesso Petrarca (certo più abituato a placare questo genere di fantasmi) a distoglierlo dai suoi propositi estremi e a spegnerne l’ossessione della morte.

«Umanesimo» di Boccaccio. Le compilazioni erudite di materia miologica, l’amore per le letterature classiche e in particolare per la lingua greca (che contribuì grandemente a diffondere in Toscana riuscendo a far assegnare al monaco calabrese Leonzio Pilato una cattedra di greco presso lo Studio fiorentino), hanno spinto alcuni studiosi a parlare di «umanesimo» di Boccaccio. Bisogna però sottolineare i tratti che distinguono il nostro autore dagli esponenti dell’umanesimo quattrocentesco. Boccaccio è sì un grande studioso di cose classiche, ma non ha l’approccio filologico dei suoi successori. Le sue compilazioni, che saranno largamente utilizzate dagli stessi umanisti, sono repertori enciclopedici compilati in base a un criterio quantitativo, accumulatorio. Del tutto estraneo a Boccaccio fu invece l'intento di studiare i testi classici quali espressioni irripetibili di un dato momento storico e letterario, ossia di analizzarli in base al principio della loro storicità. Sotto questo aspetto Boccaccio resta un intellettuale medievale.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

Commedia delle ninfe fiorentine
Il Corbaccio
Decameron
Il Filocolo
Il Filostrato
Ninfale Fiesolano

 

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