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Litinerario intellettuale e artistico
La Firenze del primo Trecento. Boccaccio nacque nello stesso anno (1313) in cui falliva limpresa di Arrigo VII tanto appassionatamente sostenuta da Dante. Firenze era in una fase di ascesa economica che sembrava inarrestabile. Era una delle più popolose città europee (100.000 abitanti) e la sua moneta, il fiorino doro, era unità di scambio internazionale e rappresentava uno degli strumenti essenziali del sistema mercantile e finanziario delle corti europee. I banchieri fiorentini prestavano denaro ai sovrani (a Napoli come a Londra o ad Avignone), finanziavano guerre, imprese e casse pubbliche, svolgendo una funzione di incalcolabile portata. Le maggiori banche fiorentine (e, in minor misura, le banche senesi e lucchesi) avevano filiali sparse in tutta Europa, spesso raggruppate in veri e propri quartieri finanziari.
La ricchezza di Firenze non si esauriva nel mercato finanziario e nel prestito su interesse, ma poggiava su un solido sistema produttivo: lArte di calimala (tintura e finitura dei panni) e lArte della lana erano corporazioni che non avevano rivali in Europa. Al di fuori del mecenatismo delle corti e dei signori, nascevano nuovi ceti intellettuali che vivevano esercitando la loro professione e il loro sapere nei settori cruciali economico-commerciale, politico, burocratico, diplomatico, universitario di una società che stava diventando sempre più complessa.
Linserimento nellambiente napoletano. Il padre di Boccaccio fu funzionario e poi socio della più potente banca fiorentina, quella dei Bardi (forte di venticinque filiali sparse per lEuropa), presso la quale ricoprì ruoli di grande responsabilità. Era dunque un esponente di spicco di quella agiata borghesia che rappresentava il nerbo delleconomia comunale e che ritroveremo in molte novelle del Decameron. Quando si trasferì a Napoli, portò con sé il figlio quattordicenne, con lintenzione di avviarlo alla «mercatura», cioè alla pratica commerciale finanziaria. Il giovanissimo Boccaccio finì dietro il banco della filiale dei Bardi, a trattare con i clienti, a cambiar denaro, a tenere in ordine i registri dei conti, con la speranza però di dedicarsi alle lettere. Boccaccino, forse rassegnato allinsofferenza del figlio o, più verosimilmente, nutrendo sul suo conto nuovi ambiziosi progetti, lo indirizzò allora agli studi di diritto canonico, ma anche in questo caso con scarsi risultati: alluniversità di Napoli, illustre docente in questa disciplina era il poeta Cino da Pistoia, la cui frequentazione servì a Boccaccio più ad avvicinarsi alla grande esperienza stilnovistica che ad approfondire gli studi accademici. In età matura, Boccaccio avrebbe rimproverato al padre di avere ostacolato i suoi studi e, con questo, di avergli negato la possibilità di diventare un grande poeta.
La galante vita di corte. Eppure a Napoli, grazie alle relazioni del padre, egli condusse una vita tuttaltro che sacrificata. Boccaccino, infatti, non era solo un influente banchiere, dal momento che gestiva per conto dei Bardi i cospicui prestiti al re Roberto dAngiò (ma si ricordi che con gli Angiò erano in affari anche i Peruzzi, i Frescobaldi e gli Acciaiuoli, e più tardi, quel Niccolò Acciaiuoli amico e coetaneo di Boccaccio che sarebbe diventato luomo più potente della corte); egli partecipava anche, insieme con il figlio, alla galante vita di corte, dove poteva vantare il titolo di ciambellano e consigliere di fiducia del re.
Gli anni della prima formazione. Insomma, Boccaccio visse a Napoli il periodo più lieto della sua vita, dai quattordici ai ventisette anni detà. Lì si formò, dal punto di vista esistenziale e letterario, frequentando la gioventù dorata della città e dedicandosi a una brillante vita di relazione, senza troppo curarsi delle differenze sociali fra sé, figlio illegittimo di un mercante sia pure facoltoso, e i suoi aristocratici amici; i quali «quantunque nobili, dentrare in casa mia né di me frequentare si vergognavano. Vedevano me con consuetudine duomo e non di bestia [...] vedevano ancora la casa e la masserizia mia, secondo la misura della possibilità mia, splendida assai». Sono parole che rivelano lavvenuta integrazione di Boccaccio nellambiente di corte, ma anche un residuo senso di estraneità, che sta forse allorigine di quel bisogno di travestimento autobiografico che lo indusse a inventarsi una nascita aristocratica e parigina da una figlia, sia pure illegittima, del re di Francia; anche se Boccaccio, con questa mistificazione, ci rivela lintento di nobilitare non solo se stesso, ma anche loscura serva di Certaldo o del contado di Firenze che laveva messo al mondo e che Boccaccino non poteva certo sposare, impegnato comera nella sua ascesa sociale.
La vivacità culturale della corte angioina. Dal punto di vista della formazione letteraria, la corte napoletana fu luogo ricco di stimoli. Roberto dAngiò, che aveva velleità letterarie, vi aveva impiantato una ricca biblioteca e attratto numerosi intellettuali di primo piano. Boccaccio vi assorbì lesperienza stilnovistica, grazie alla presenza di Cino da Pistoia; conobbe i romanzi cortesi e cavallereschi, dato linflusso della cultura francese sulla casa angioina; lesse avidamente i romanzi greci e studiò i classici latini, specie Ovidio, Virgilio e Lucano, sempre frequentando assiduamente la ricca biblioteca di corte sotto la guida di Paolo da Perugia. Preminenti furono la passione per lo studio della retorica (Cicerone, Quintiliano e Macrobio) e il gusto per le «storie», di natura dotta, popolaresca od orale che fossero. Città mediterranea e levantina, aperta ai traffici verso lOriente, Napoli offrì anche a Boccaccio, per le diverse vie della tradizione orale e scritta, loccasione di conoscere e di sentir narrare fatti, costumi, usanze e avventure piratesche dei paesi musulmani di là del mare. I primi rigogliosi frutti delle sue sterminate e un po disordinate letture furono due esuberanti opere giovanili, il Filostrato e il Filocolo , destinate prevalentemente al pubblico di corte.
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