Il "pessimismo storico". Proprio nell’isolamento della sua prima gioventù, in quel suo triste stato di emarginazione, Leopardi incomincia a trasformare la propria sofferenza fisica e la crescente noia e angoscia verso la vita in un formidabile strumento di conoscenza. Incomincia infatti a interrogarsi sulla natura e sull’origine della umana infelicità e dei problemi di ordine esistenziale: indipendentemente da ogni riassetto politico, o dal sistema economico-sociale messo in atto, l’umanità non può evitare di fare i conti con la propria evoluzione storica (in senso vichiano), con i limiti biologici della propria natura, con i propri disagi interiori.
In un primo tempo, partendo dalle proprie esperienze di vita e di studio, Leopardi perviene alla convinzione che l’umanità ai suoi albori fosse in qualche modo felice: i popoli antichi vivevano a stretto contatto con la natura, una natura vista come una madre benigna che li aveva dotati di quella capacità di sognare e di immaginare che è propria dell’innocenza dell’età infantile; e magnanime illusioni li spingevano a gesti eroici, a generose azioni, che conferivano una grande forza sia fisica sia morale e rendevano la loro vita più attiva della nostra e perciò ignara della noia e dell’infelicità. Nel corso dell’evoluzione della civiltà, tuttavia, la ragione, sovrapponendosi alla natura, andò via via cancellando quelle dolci illusioni, fonte di vitalità fisica e morale, e svelò una grigia, prosaica realtà.
Questa è la fase del cosiddetto "pessimismo storico": la dolorosa tristezza della vita dell’uomo viene fatta dipendere dalla sua evoluzione storico-culturale, dal suo progressivo distacco da uno stato naturale. La natura viene vista ancora come entità benevola e premurosa, portatrice di vitali illusioni; per questo la cognizione del dolore non coinvolge l’umanità nel suo complesso, ma è riservata a pochi grandi animi sventurati, oppure riguarda particolari periodi storici — come quello in cui vive Leopardi — che, con il loro razionalismo, hanno distrutto quello stato di incantamento in cui gli uomini vivevano come all’interno di una placenta protettiva.

La teoria delle illusioni. In questa prima fase il pensiero leopardiano si muove sostanzialmente ancora entro i limiti della tradizionale disputa fra la tesi secondo cui la civiltà corrompe il "buon selvaggio" e quella secondo cui la civiltà educa un’umanità primordiale rozza e violenta. Leopardi si orienta verso una teoria di compromesso: lo stato primitivo è sì favorevole all’umanità, ma solo in virtù del fatto che in esso agiscono meccanismi irrazionali — o meglio a-razionali — messi in atto da una natura benevola per celare, tramite le illusioni, l’infelicità a cui l’uomo è condannato.
Questa teoria è destinata però a entrare ben presto in crisi per la presenza di una serie di elementi che risultano inaccettabili a una mentalità razionalista come quella di Leopardi. Prima di tutto, essa comporterebbe l’implicita condanna della ragione, che, facendo dissolvere le illusioni, ha messo l’uomo di fronte alla nuda realtà della sua esistenza; in secondo luogo, ricorre a concetti di ordine metafisico (come il "destino maligno" a cui è opposta provvidenzialisticamente una "natura benevola"); infine risente di una visione antropocentrica dell’universo: se si ammette che la natura ha voluto riparare l’uomo dal dolore della sua esistenza, ciò deve per forza implicare che l’uomo sia in qualche misura al centro dei disegni della natura, il che a sua volta non può che presupporre la regia di una "mente superiore"; ma ciò cozza con i più elementari — e per Leopardi irrinunciabili — princìpi del meccanicismo, che vede la realtà come un enorme meccanismo che funziona attraverso leggi fisiche del tutto estranee alle esigenze umane.

Il "pessimismo cosmico". A questo punto Leopardi avverte l’esigenza di dare alla sua indagine un indirizzo più coerente: che cosa esiste veramente al di là delle "illusioni"? Qual è la reale collocazione dell’umanità all’interno dei meccanismi della natura? Quali strategie di sopravvivenza e di vita ha sviluppato l’uomo nel corso della sua storia, o quali dovrebbe sviluppare? Nelle Operette morali si snoda una coerente ricerca intorno a questi argomenti e il risultato è il passaggio dal "pessimismo storico" a quello definito "cosmico", in cui il dolore che caratterizza l’esistenza umana non è più visto come un fatto accidentale, ma come necessaria conseguenza del fatto che una natura "matrigna" partorisce gli esseri umani in un contesto a loro ostile, che non è inteso a procurare loro la felicità, ma risponde semplicemente a una spietata logica di funzionamento dell’universo e di trasformazione della materia attraverso energie incontrollabili.

L’eredità del razionalismo materialista. Leopardi porta così alle estreme conseguenze l’eredità del razionalismo materialista settecentesco, che aveva dato all’uomo la cognizione di essere un insignificante ingranaggio nella immensa macchina dell’universo. Raggiunta questa consapevolezza, si apre una nuova stagione della poesia leopardiana, quella dei grandi canti pisano-recanatesi (i cosiddetti "grandi idilli"), nei quali si esprime l’angoscia esistenziale dell’uomo, la dolorosa consapevolezza del misero stato a cui è condannato il genere umano, e insieme il rancore contro i subdoli trucchi di una natura che ha gioco facile nell’ingannare poveri esseri indifesi mediante le illusioni. Nei grandi idilli si esprime però anche la profonda pietà verso gli uomini e le loro illusorie speranze, legate soprattutto alla aspettativa del futuro; tali illusioni sostanziano il sentimento della "rimembranza", cioè il ricordo idealizzato del passato, ma nella realtà sono destinate a soccombere di fronte alla semplice verità del dolore che la vita porta con sé.

L’esigenza etica. Leopardi, a questo punto, pare essersi arroccato su una solitaria posizione di assoluto pessimismo, da cui non sembra poter scaturire alcun insegnamento etico, ossia alcuna positiva indicazione in merito al comportamento umano. Eppure l’esigenza etica è evidente sia nelle Operette morali, sia nel progetto editoriale di traduzione degli antichi moralisti greci (che però sfuma dopo la sola pubblicazione del Manuale di Epitteto, filosofo che predicava appunto una stoica sopportazione del dolore). Attraverso alcuni personaggi delle Operette morali Leopardi sembra in effetti proporre dei possibili antidoti alla disperazione che contraddistingue la condizione umana: Filippo Ottonieri (protagonista di pagine biografiche per molti versi assai simili alla foscoliana Notizia intorno a Didimo Chierico) prende le distanze dai tormenti della vita tramite un’autoironica accettazione dei propri limiti e un sottile distacco dalle cose del mondo; Cristoforo Colombo, nel suo dialogo con Pietro Gutierrez, spiega come alla base dei perigliosi viaggi alla scoperta di terre inesplorate stia non tanto un desiderio di nuove conoscenze quanto la spinta vitalistica verso l’avventura, necessaria a sfuggire la noia; Amelio (il filosofo dell’Elogio degli uccelli) si astrae dai mali dell’esistenza estasiato dal canto e dal volo di questi esseri che la natura ha dotato di sublime grazia e leggiadria per la gioia degli spiriti contemplativi. Queste diverse prospettive rivelavano comunque un chiaro limite, che le rende difficilmente applicabili alla comune quotidianità: un intellettualismo che, se si attaglia alla tempra del grande sapiente, certo non appare adatto all’umanità nel suo complesso.

L’estremo insegnamento de La ginestra. Un alto insegnamento morale e civile rivolto all’umanità nella sua interezza si trova invece ne La ginestra, estrema meta dell’itinerario leopardiano in cui è forse possibile individuare l’eco del vivace dibattito ideologico-politico in cui il poeta si immerse con sempre maggior passione negli ultimi anni della sua vita. L’ultimo componimento poetico di Leopardi contiene un messaggio di umiltà e di solidarietà fra gli uomini: una volta presa coscienza della propria fragilità di fronte a immani energie distruttrici, della insignificante piccolezza del proprio essere di fronte a un universo sterminato, e quindi della propria infelice condizione, anziché aggravarla combattendosi a vicenda, gli esseri umani dovrebbero unirsi di fronte al vero nemico, rappresentato dalla natura matrigna. Potrebbe sembrare ingenuo astrattismo politico o, peggio, retriva presa di posizione contro ogni progresso tecnologico; si tratta invece di un lucido richiamo a una condizione esistenziale con la quale l’uomo moderno sempre più sarà costretto a misurarsi.

 

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

Canti
Operette morali
Zibaldone di pensieri

 

 

 

 

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