La delusione del soggiorno a Roma. Nel novembre del 1822 giunge finalmente la tanto sospirata occasione di uscire da "quella tomba de’ vivi" che è Recanati: ospitato dallo zio materno, Carlo Antici, il poeta si reca a Roma e vi si trattiene fino al maggio del 1823. Tuttavia il viaggio così a lungo atteso si rivela una delusione: durante il suo soggiorno Leopardi conosce la mondanità dei salotti romani, ma la trova insulsa e mediocre dal punto di vista sia umano sia intellettuale. L’unica emozione autentica Leopardi la prova durante una visita al sepolcro di Torquato Tasso, che gli suscita la stessa magnanima commozione provata da Alfieri o da Foscolo davanti alle tombe dei grandi del passato. Fallisce anche il suo tentativo di ottenere un incarico presso il governo pontificio, che gli avrebbe assicurato una certa autonomia economica; il suo laicismo aveva infatti suscitato diffidenze negli ambienti clericali romani. Non gli rimane che tornarsene a Recanati, ormai convinto che quel senso di malessere e di noia non dipende solo dal "natio borgo selvaggio", ma investe l’intero mondo dei vivi.

La crisi della vena poetica. Frustrate le più fervide aspettative, cadute le illusioni della prima gioventù, drasticamente mutata la visione della vita, la vena poetica si va inaridendo. Tutto ciò impone una nuova e più organica riflessione sul significato dell’esistenza; prende così forma il progetto delle Operette morali (accarezzato fin dal 1820), a cui Leopardi lavora con alacrità a partire dal gennaio del 1824. Il viaggio romano, pur nei suoi esiti deludenti, sul piano pratico aveva insegnato a Leopardi un’intraprendenza prima sconosciuta; e così nel 1825 egli parte per Milano, dove l’editore Stella gli ha promesso alcuni incarichi editoriali. Non tutti andranno a buon fine, ma ne nascerà un mirabile commento alle Rime di Petrarca e una esemplare antologia di poeti e prosatori della nostra letteratura, la Crestomazia italiana.

I contatti con l’"Antologia" di Vieusseux. Alla fine del 1825 Leopardi si trasferisce a Bologna e dà alle stampe le prime raccolte delle sue poesie. Nel 1827 è a Firenze, dove trova sinceri e generosi estimatori nel circolo della "Antologia", uno dei periodici più importanti della cultura italiana, che riunisce intellettuali — come Vieusseux e Capponi — di fede liberale. Nell’inverno fra il 1827 e il 1828 soggiorna a Pisa: la mitezza del clima (che giova molto alla sua salute) e una certa tranquillità economica favoriscono un "risorgimento" della vena poetica, che non si interrompe neppure durante un ultimo, forzato ritorno a Recanati per la morte del fratello Luigi e altri problemi familiari. È questo il periodo dei cosiddetti "grandi idilli", canti fra i più noti di tutta la produzione leopardiana: A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

Il periodo fiorentino. Dopo i "sedici mesi di orribile notte" dell’ultimo soggiorno recanatese, nel 1830 Leopardi si risolve ad accettare l’invito degli amici fiorentini, che gli offrono un assegno mensile in cambio di collaborazioni critico-letterarie; lascia così il paese natale, che non rivedrà mai più. A Firenze si apre una nuova fase della sua vita: conosce Manzoni e Stendhal, partecipa attivamente ai dibattiti politici, intreccia nuovi rapporti sociali; ormai la sua voce è una presenza viva e ben nota della cultura italiana, anche se spesso non amata. Sul piano personale stringe una fraterna amicizia con un giovane esule napoletano, Antonio Ranieri, da cui non si staccherà fino alla morte; prova infine l’unica reale passione amorosa della sua vita, per Fanny Targioni Tozzetti, a cui sono ispirate le poesie del cosiddetto "ciclo di Aspasia": Il pensiero dominante, Consalvo, Amore e morte, A se stesso e appunto Aspasia. Qui si riflette dapprima l’infiammato entusiasmo amoroso e, in seguito, l’amara disillusione per la superficialità sentimentale e i frivoli costumi della Targioni (Aspasia fu una donna ateniese famosa per le sue frequentazioni intellettuali, ma anche per i suoi facili costumi). Contiguo a questo ciclo è probabilmente anche un altro celebre canto, Il passero solitario, una più pacata riflessione del poeta su se stesso e sul suo passato recanatese.

Il periodo napoletano. Nel 1833 Leopardi si trasferisce con Ranieri a Napoli, nella speranza che un clima più dolce possa giovare al suo sempre più precario stato di salute. Qui concorda con l’editore Starita la pubblicazione di tutte le sue opere, ma usciranno solo le nuove edizioni dei Canti e delle Operette morali. Il poeta intraprende anche una compilazione di Pensieri, che usciranno postumi. Il periodo napoletano è contrassegnato da una sempre più accesa polemica di natura ideologica con la corrente cattolico-liberale, da cui nasceranno alcune taglienti opere satiriche: i Paralipomeni alla Batracomiomachia e la Palinodia al marchese Gino Capponi.

La morte a Torre del Greco. Trasferitosi infine nel 1836 in una villa a Torre del Greco per sfuggire a un’epidemia di colera che si stava diffondendo a Napoli, vi compone quello che può essere considerato il suo testamento spirituale, La ginestra. La morte lo coglie a soli 39 anni il 14 giugno 1837.

 

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