Giacomo Leopardi

La vita e le opere

Un’adolescenza appartata. Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a Recanati, borgo marchigiano dello Stato Pontificio, dal conte Monaldo e da Adelaide Antici. Primo di cinque figli, trascorre un’infanzia serena (varie testimonianze ci rivelano l’allegra monelleria del piccolo Giacomo), ma l’assottigliarsi del patrimonio di quella che era stata una delle più illustri famiglie della nobiltà marchigiana impone una rigida amministrazione economica, di cui con severa oculatezza si occupa la madre, intenta a conservare almeno una decorosa facciata dell’antico splendore. Il rigido formalismo della madre finisce dunque col condizionare l’adolescenza del figlio, costretto a un’esistenza appartata proprio in una età normalmente dedita alla scoperta del mondo esterno: pressoché inesistente il rapporto con i coetanei, deludente la vita sentimentale, fatta anche in seguito di affetti e rapporti essenzialmente immaginari o sublimati, a partire dall’innamoramento per la cugina Gertrude Cassi, alla quale sarà dedicata l’elegia Il primo amore.

Gli studi eruditi. Segregato tra le mura della biblioteca paterna, fornita di ben 16.000 volumi, Leopardi vi trascorre "sette anni di studio matto e disperatissimo", che minano irrimediabilmente la sua salute fisica. Inutile qui citare l’interminabile lista di scritti — saggi, traduzioni, poesie, tragedie — che dimostrano la precocissima quanto enciclopedica erudizione del giovane Leopardi, capace di spaziare dai testi classici fino alle opere degli illuministi del Settecento, di cui la biblioteca paterna era ben fornita. Basti ricordare due sorprendenti opere di natura antiquaria, la Storia dell’astronomia (1813) e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815), dove è raccolta e ordinata una enorme quantità di miti e leggende, frutto di primitive superstizioni.

L’amicizia con Giordani. Sempre al 1815 risale l’orazione Agli Italiani per la liberazione del Piceno: terminata l’era napoleonica e apertasi quella della Restaurazione, il giovane Giacomo sembra ancora condividere l’orientamento reazionario, pur sottile e raffinato, del padre Monaldo. Ma proprio in questo periodo le letture di Leopardi mutano radicalmente: alla letteratura classica, ai poeti di tradizione petrarchista o neoclassici (fra cui spicca Monti) e ai filosofi illuministi si aggiungono gradualmente Dante, il Werther goethiano, i Canti di Ossian, le opere di Alfieri e di Foscolo. Parallelamente si evolve il suo pensiero: nonostante il suo isolamento fisico, confortato solo dall’amicizia — più che altro epistolare — con il letterato classicista Pietro Giordani, Leopardi cerca di partecipare attivamente al dibattito culturale allora in atto tra classicisti e romantici. Si segnalano a tal proposito due scritti (lasciati inediti dall’autore) in cui vengono prese le parti della poesia classica contro le nuove proposte romantiche: la Lettera ai Sigg. compilatori della "Biblioteca italiana" in risposta a Madame de Staël, del luglio 1816, e il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, del marzo 1818. Si fa strada intanto anche un infiammato patriottismo che, non potendosi esprimere nei fatti, ispirerà almeno le prime canzoni: All’Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai.

Il desiderio di lasciare Recanati. L’infelicità derivante dalla soffocante reclusione e da un doloroso deperimento psicofisico è esasperata dalla pressione dei parenti che, visto il suo precario stato di salute e la sua deformità, gli consigliano con mortificante insistenza di intraprendere la carriera ecclesiastica. Sempre più oppresso dall’angusto ambiente familiare, nel 1819 Leopardi tenta per la prima volta di lasciare Recanati, ma il suo patetico tentativo di fuga viene bloccato sul nascere. Il 1819 segna però anche l’inizio di un periodo di intensa creatività poetica, che si protrarrà fino al 1823. Il dolore, affrontato con lucida determinazione nel reciso rifiuto di qualsiasi consolatorio fideismo, apre la strada a una presa di coscienza della propria infelicità e della noia destinata a diventare uno straordinario strumento di conoscenza della realtà, un filtro attraverso cui osservare la vita non nelle sue transitorie attività quotidiane, ma nella sua più profonda essenza. Nascono così i primi idilli, tra cui L’infinito, e alcune importanti canzoni, come Bruto minore, Ultimo canto di Saffo, Alla sua donna; si infittisce inoltre la stesura di un diario privato, lo Zibaldone, in cui si depositeranno appunti, note e pensieri di vario genere.

 

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