Galileo Galilei

La vita e le opere

Gli studi e l’insegnamento a Pisa
Galileo Galilei nacque a Pisa nel 1564. Il padre Vincenzo era un esponente di rilievo della cultura fiorentina, soprattutto per la sua attività teorica e compositiva in ambito musicale. La prima formazione di Galilei si svolse a Firenze, dove la famiglia si era trasferita, e si caratterizzò per la vastità degli stimoli e degli interessi culturali (musicali, letterari, filosofici e scientifici).
Nel 1581 Galileo ritornò a Pisa per intraprendere gli studi di medicina presso l’università. Fu tuttavia l’insegnamento di matematica e fisica, impartito da Ostilio Ricci, a suscitare nel giovane studente la volontà di approfondire i testi e di verificare con ricerche sperimentali le teorie di Archimede. Dopo quattro anni, Galilei dovette rientrare a Firenze per le disagiate condizioni familiari, senza essersi laureato ma avendo ormai chiarito la sua vocazione scientifica. A un’intensa attività di studio, affiancò l’insegnamento privato, ma solo un incarico ufficiale come docente poteva garantirgli una maggiore tranquillità economica. Accettò, dunque, la cattedra di matematica presso lo Studio di Pisa, e nel triennio in cui la resse (1589-1592) compì studi che gli fecero intuire la falsità del sistema geocentrico risalente ad Aristotele e Tolomeo.

Il periodo padovano
Alla fine del 1592 Galilei ottenne il passaggio all’università di Padova, dipendente dalla Repubblica di Venezia. I diciotto anni trascorsi a Padova rappresentarono la fase più fertile e più serena della vita di Galilei. L’ambiente veneto presentava indubbi vantaggi: più che le specifiche caratteristiche dell’università padovana, legata a un aristotelismo che tendeva a chiudersi in un atteggiamento dogmatico, contava per Galilei la presenza di un’aristocrazia colta, attenta interlocutrice del dibattito scientifico, e l’interesse del governo della Serenissima a incentivare studi che si potessero tradurre in innovazioni tecnologiche in ambito navale, militare e agricolo.

Le scoperte astronomiche
Tra i più importanti frutti di questa correlazione fra la dimensione teorica della ricerca scientifica e le applicazioni pratiche fu la costruzione del cannocchiale, uno strumento già realizzato in Olanda e riprodotto in base a disegni e resoconti di viaggiatori, ma che Galilei perfezionò in modo che fosse utilizzabile sia sul piano operativo, da parte della Repubblica (a cui fu donato), sia su quello della ricerca scientifica. Mentre i veneziani osservavano stupefatti, dal campanile di San Marco, le navi in lontananza enormemente ingrandite, Galilei, rivolgendo il cannocchiale al cielo, poté distinguere le montuosità della Luna – che veniva così ad assumere un aspetto simile a quello del paesaggio terrestre – e scoprire quattro satelliti di Giove (che chiamò «pianeti medicei»). Queste osservazioni astronomiche stanno alla base del Sidereus nuncius (“Messaggero celeste”, 1610), l’opera con cui Galilei si impose all’attenzione dell’intera comunità scientifica europea e intervenne scopertamente nel campo della fisica celeste. Nello stesso anno lo scienziato, sull’onda della fama conseguita, assunse a Firenze l’incarico di «matematico primario dello Studio di Pisa e filosofo del Granduca», che lo liberava da obblighi di insegnamento e gli consentiva di proseguire le proprie ricerche. I risultati conseguiti rafforzarono sempre più Galilei nella convinzione della correttezza del modello copernicano rispetto a quello tolemaico.

Il primo processo dell’Inquisizione
Le resistenze che la Chiesa mostrava nei confronti del copernicanesimo, ritenuto in contrasto con alcuni passi della Bibbia, lo spinsero a intraprendere una sistematica azione di convincimento rivolta agli ambienti culturali legati al mondo ecclesiastico, perché riconoscessero l’autonomia della scienza dalla fede. Tale impegno, espresso nelle cosiddette Lettere copernicane (1613-1615), non fu però sufficiente a smuovere la Chiesa dalle sue posizioni, e nel 1616 il cardinale Bellarmino ingiunse a Galilei di non sostenere teorie «stolte, eretiche ed erronee». Tra il 1618 e il 1623, Galilei si trovò a polemizzare aspramente con Orazio Grassi, autorevole esponente gesuita, circa la natura delle comete. Culmine della disputa fu Il saggiatore, pubblicato da Galilei nel 1623 dopo l’elezione al soglio pontificio, con il nome di Urbano VIII, di Maffeo Barberini, un cardinale fiorentino legato da rapporti di stima con lo scienziato.
Confidando sull’appoggio del nuovo papa e sottovalutando la potenza dei suoi avversari (soprattutto gli ordini domenicano e gesuita), Galilei mise mano a un progetto volto a fare definitiva chiarezza nel dibattito fra i due modelli cosmologici, quello tolemaico e quello copernicano. Nacque così il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo , pubblicato nel 1632 dopo un intenso lavoro diplomatico con le autorità ecclesiastiche. Nonostante le numerose cautele di carattere teorico, l’opera risultava sbilanciata a favore del copernicanesimo e venne fatta oggetto di violenti attacchi. Nel luglio dello stesso anno l’opera fu sequestrata e Galilei dovette comparire, in stato di detenzione, di fronte al Tribunale dell’Inquisizione, dove venne istruito un processo per eresia.

Il secondo processo e la pubblica abiura
Nel giugno del 1633, i giudici condannarono lo scienziato alla pubblica abiura del copernicanesimo. Solo l’atteggiamento remissivo dell’accusato lo preservò da più gravi conseguenze e al settantenne Galilei fu concesso di commutare il carcere con gli arresti domiciliari nella propria villa di Arcetri, presso Firenze. Negli anni in cui ancora visse, lo scienziato rispettò formalmente il divieto di sostenere il copernicanesimo, ma compose i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, un’opera pubblicata nel 1638 in Olanda, il cui contenuto e rigore scientifico suona come il definitivo affossamento della fisica aristotelica. Morì nel 1642.

 

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