Gabriello Chiabrera

Gabriello Chiabrera nacque a Savona nel 1552. Trascorse l’infanzia e la giovinezza a Roma, dove studiò presso i gesuiti. Nel 1576 fu bandito dallo Stato Pontificio e fece ritorno a Savona, da cui pure fu cacciato, essendo coinvolto in omicidi e in risse nel 1579 e nel 1581. Compiuti i trent’anni, Chiabrera mitigò i furori giovanili e iniziò una vita tranquilla da letterato, ricoprendo incarichi pubblici e inserendosi nel mondo delle corti (Roma, Mantova, Torino), dove acquistò fama di uomo posato ed elegante. Dal 1600 fu al servizio dei granduchi di Toscana, i quali lo stipendiarono fino alla morte in cambio di versi encomiastici per la dinastia medicea. Nel 1602, abbandonati i piaceri mondani e la vita cortigiana, si ristabilì nella città natale, dove morì nel 1638.
L’opera di Chiabrera conta numerosi titoli e tocca quasi tutti i generi allora in uso. Egli compose poemi eroici (Della guerra de’ Goti, 1582; Amadeide, 1620), tragedie (Erminia, 1622), poemetti didascalici, favole boscherecce, melodrammi (Il rapimento di Cefalo, 1600) e un’autobiografia (Vita scritta da lui medesimo, 1718, postuma).
Ma la fama di Chiabrera è legata principalmente alla sua produzione lirica, che conta diverse raccolte: Canzoni (1586), Canzonette (1591), Le maniere de’ versi toscani (1599), Scherzi e canzonette morali (1599), Le vendemmie di Parnaso (1605), trenta Sermoni (1718, postumo).
La poesia di Chiabrera, come quella di Marino , insegue la novità e la «meraviglia». All’abbondanza metaforica e concettistica di Marino e dei marinisti la scrittura di Chiabrera, però, oppone lo sforzo di una sofisticata misura, di una rarefatta classicità, spostando la ricerca dal piano delle immagini a quello delle forme. Di qui la ripresa e l’adattamento dei metri greco-latini (Pindaro, Anacreonte, Orazio, Catullo), filtrati attraverso l’opera del poeta francese Pierre de Ronsard (1524-1585), massimo esponente della «Pléiade». La novità più meditata e interessante di Chiabrera, dunque, risiede in campo metrico, dove egli sperimenta tutti i tipi di verso (da quattro a dodici sillabe) e realizza una musicalità leggera e fresca, fatta di ritmi brevi ed equilibrati, che celano nella loro apparente semplicità la fatica dell’esercizio. Sua prediletta è la rima sdrucciola, che dà al verso una cadenza preziosamente languida.
I temi più tipici sono quelli tradizionali dell’amore, della bellezza e dei fiori, sebbene le Canzoni tocchino anche temi eroici (compare anche un elogio di Cristoforo Colombo), morali e sacri, essendo il tema nient’altro che un pretesto per il dispiegarsi della melodia. Chiabrera introduce nella lirica secentesca una vena graziosa che si esprime al meglio nella canzonetta (forma semplificata della canzone petrarchesca) e che prepara il gusto di Metastasio e dell’Arcadia.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

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