Un conflitto profondo. Ciò nonostante, Petrarca dichiarò spesso che la sua dedizione all’impegno civile e politico (così come ogni forma di «negotium») era una distrazione dall’autentica finalità della contemplazione cristiana, e soprattutto distruggeva quell’«otium» (la tranquillità e l’attività letteraria) che per lui valeva più di ogni altra cosa. Tale intuizione costituisce un tema fondamentale nei suoi scritti: in tutte le principali opere morali, soprattutto nel Secretum e nel De vita solitaria, in molte lettere e, ovviamente, negli ultimi «trionfi» riservati alla morte e all’eternità, Petrarca condanna come futile la partecipazione alla vita attiva e lamenta il tempo sottratto agli studi; anche il confronto fra la quiete della vita religiosa e l’insensata frenesia della società secolare ricorre ripetutamente nelle epistole, in prosa e in versi, nelle Sine nomine, nel Bucolicum carmen e nell’Invectiva contra medicum ed è presente nel Canzoniere.

L’aspirazione all’attività spirituale e letteraria. Tuttavia, per timore che la ricerca della solitudine fosse ritenuta frutto di autocompiacimento, Petrarca non perse occasione per mettere in guardia contro l’indolenza o contro l’atteggiamento degli studiosi chiusi in una torre d’avorio; nel Secretum sant’Agostino, più di una volta, ammonisce Francesco per l’incapacità di affrontare e risolvere i problemi pratici, incapacità che ha indotto il poeta a ricercare una vita lontana dal resto dell’umanità e dai clamori del mondo. Nel De vita solitaria è messo bene in chiaro che l’isolamento e la tranquillità sono di fatto popolati dai libri e dagli amici e costituiscono le condizioni ideali per l’attività spirituale e letteraria.

Restaurazione del latino e grandezza del Canzoniere. Il programma di restaurazione della classicità perseguito da Petrarca investe anche la lingua latina, nella quale compose la maggior parte della sua produzione letteraria: egli intendeva ripristinare le forme del latino antico usato da Cicerone e Seneca per la prosa e da Virgilio e Orazio per la poesia, evitando quanto più possibile il latino medievale, così lontano da quello degli autori classici.
Eppure, nonostante il maggior valore attribuito da Petrarca alla sua produzione latina – dalla quale si attendeva fama e gloria –, la grandezza che concordemente gli è riconosciuta «è quella di supremo poeta volgare: un poeta che, nel sovrano equilibrio del tono linguistico, porta all’estremo, con geniale insistenza e pazienza, l’ideale melodico balenato al Dante delle “nove rime”» (G. Contini). Le stesse sue dichiarazioni sulla scarsa rilevanza della propria poesia volgare vanno accolte con prudenza; semmai si possono spiegare come replica di un atteggiamento già presente in poeti classici a lui noti: il termine «nuge» o «nugelle» (“sciocchezze”, “bazzecole”), con cui egli bolla le liriche del Canzoniere, è lo stesso con cui Catullo indica i propri componimenti. Sta di fatto che quelle «sciocchezze», dopo un inesausto lavoro di revisione, riassestamento, esclusione e inclusione, hanno dato forma a un’opera che Petrarca fino all’ultimo seguì con lo stesso fervore che contraddistingue la composizione delle opere latine e che fu in grado di influenzare l’intero corso della letteratura successiva.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

Canzoniere
Trionfi

 

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