L’atteggiamento paradossale verso il mondo contemporaneo

L’impegno in un presente non amato. «Io vivo oggi, ma preferirei essere nato in qualche altra epoca» (De vita solitaria, I, 8); «Non ho mai amato l’età presente» (Posteritati, 6): con tali parole Petrarca esprime il suo disgusto – autentico o letterario che sia – per il mondo a lui contemporaneo e, implicitamente, il suo amore per il passato. È uno dei tanti paradossi della sua attività e della sua figura di intellettuale il fatto che, nonostante la sconfessione del proprio tempo, egli fosse profondamente impegnato in alcuni tra i più urgenti problemi contemporanei e fortemente coinvolto nelle principali questioni politiche del secolo XIV. A disposizione di tale impegno egli mise tutte le risorse del suo sapere, pur continuando a manifestare il desiderio di rifugiarsi in una quiete esistenziale che lo lasciasse libero di coltivare gli studi prediletti.

Il passato classico come modello letterario e di vita. Negli scritti di Petrarca dominano le espressioni d’amore per il passato e per gli uomini del passato. L’affinità letteraria e l’emulazione consapevole dei modelli antichi si manifestò sotto varie forme: l’identificazione con precise figure storiche, come Scipione o Giulio Cesare; l’imitazione di grandi scrittori come Cicerone e Virgilio; la ricreazione dell’antichità mediante opere come l’Africa o il De viris illustribus; addirittura le inclinazioni caratteriali e il concreto agire (si pensi all’evento dell’incoronazione poetica in Campidoglio, così carico di implicazioni «classiche»). Questo spirito emulativo, unito a un’insaziabile curiosità per tutto ciò che è classico (emblematico, ad esempio, il tentativo di apprendere il greco, verso il 1342, quando non vi era quasi nessuno in grado di capirlo), fa di Petrarca uno dei primi sistematici esploratori della civiltà latina e un precursore dell’umanesimo.
Non solo le sue opere propriamente storiche (De viris illustribus, Rerum memorandarum libri), ma anche gli altri scritti latini e le liriche volgari recano tracce evidenti del suo amore per l’antichità e della sua attività di filologo: o perché calcola date e corregge false attribuzioni, o perché dimostra la presenza di prestiti classici nella produzione patristica o perché discute e imita testi antichi e ricorre a esempi e citazioni tratti da questi ultimi.

Competenza filologica e senso della contemporaneità. Petrarca filologo non è solo un dotto compiaciuto, che si diletta nel mondo evanescente del passato, ma un esperto e un consigliere dei potenti, pienamente coinvolto nella vita attiva: nel 1361 venne convocato dall’imperatore Carlo IV per valutare due documenti esibiti da Rodolfo IV d’Austria come privilegi che sarebbero stati accordati da Giulio Cesare e da Nerone e che avrebbero dovuto giustificare l’indipendenza dell’Austria dall’Impero. La dimostrazione della falsità di quei documenti, basata su elementi linguistici e stilistici, terminologici e storici, è un ottimo esempio della qualità della cultura filologica di Petrarca e del modo in cui egli sapeva porla al servizio dei problemi contemporanei. Per Petrarca lo storico ha dei doveri morali verso i contemporanei e anche verso i posteri: la conoscenza del passato in quanto tale non è sufficiente, così come non lo è il piacere che procura; occorre invece saperne fare buon uso. I grandi uomini dell’età classica offrono da un lato esempi di azioni nobili validi per il presente, dall’altro, considerata la transitorietà della vita terrena, si ergono a simboli della vanità insita in ogni sforzo umano.

Un progetto di rinascita delle virtù di Roma antica. Nel mondo della politica trecentesca, l’amore di Petrarca per la gloria trascorsa di Roma assume un significato speciale. La città, abbandonata dal papato, era in decadenza e dilaniata dalle lotte di potere tra le opposte fazioni nobiliari, in particolare tra le famiglie dei Colonna e degli Orsini. Petrarca, rattristato dalle condizioni della città, non si limitava ad ammirarne il glorioso passato e a contemplarne le meraviglie e i monumenti: gli eroi romani e Roma stessa rappresentavano per lui un ideale di virtù morali e politiche che dovevano rinascere nella sua età; la sostanza della sua erudizione divenne un programma per l’azione, e l’essenza dei suoi studi lo condusse direttamente al centro della politica contemporanea.
La misura di tale coinvolgimento è offerta in modo chiaro – e per certi aspetti sorprendente – dalla passione con cui Petrarca seguì il tentativo attuato da Cola di Rienzo di rifondare l’antica repubblica romana. Appassionato cultore del passato di Roma, trascinante demagogo influenzato dai movimenti mistici contemporanei, Cola provocò alcune sommosse popolari fino a quando, nella primavera del 1347, fu eletto tribuno per acclamazione popolare; in tal modo egli ottenne ampi poteri dittatoriali, assunti nella convinzione di agire come uno strumento dello Spirito santo.

Entusiasmo e delusione per il tentativo di Cola di Rienzo. Questi folgoranti eventi avevano suscitato in Petrarca un enorme e, almeno all’inizio, acritico entusiasmo. Finalmente egli aveva trovato un uomo che condivideva il suo stesso amore per l’antichità, l’interesse per le iscrizioni e le monete, l’ammirazione per Livio, la fede nell’ideale di Roma; finalmente era sopraggiunto un uomo in grado di riportare in vita tale ideale, liberando la città dagli stranieri e dalla tirannide nobiliare. Petrarca mise la propria penna a disposizione della causa di Cola, stendendo sei lettere, tutte alla fine escluse dalla raccolta delle Familiares, risonanti di invocazioni all’età dell’oro e di speranze nell’unificazione d’Italia e nella rinascita di Roma capitale.
Ma la realtà fu ben diversa, e Petrarca riportò una delusione cocente: due membri della famiglia Colonna, verso la quale egli era debitore di molti benefici, vennero uccisi dai partigiani di Cola; il comportamento sempre più fanatico del tribuno ne provocò, nel 1352, la scomunica e l’arresto, poi una temporanea riabilitazione fino al 1354, quando venne linciato dalla plebe romana. Il sogno di restaurazione che Petrarca aveva fino ad allora nutrito svanì per sempre.
Eppure la tematica legata a Roma e all’Italia fu per Petrarca assai feconda: le sue rime, alcune delle egloghe e delle invettive polemiche abbondano di riferimenti alle bellezze d’Italia, alla sua superiorità naturale e culturale rispetto alla Francia, al misero stato presente di Roma e al suo potenziale come capitale del mondo. Il suo triplice interesse, a partire dai quarant’anni, nei confronti del papato, dell’impero e dell’effimera esperienza di Cola può essere interpretato come il logico esito delle letture e degli scritti eruditi del decennio precedente.

 

1 - 2 - 3 - 4