Gli studi filosofici. Fin dalle sue prime manifestazioni, dunque, l’attività letteraria di Dante appare vistosamente colta, profondamente nutrita dal sapere filosofico del tempo. La stessa Vita nova, pur essendo soprattutto ispirata a una concezione mistica applicata all’amore, rivela in Dante un esperto di filosofia aristotelica. In seguito Dante stesso, nel secondo libro del Convivio, dichiara di aver dedicato un periodo della sua vita ad ampliare le proprie conoscenze nell’ambito strettamente filosofico e scientifico (si tenga presente che, all’epoca, i confini fra filosofia e scienza erano molto più incerti di quanto non lo siano oggi).
Con la sua abituale avidità intellettuale Dante non sceglie in modo esclusivo un sapere, un indirizzo filosofico particolare: cerca di conoscerli tutti, di comprenderli e di servirsene per il suo progetto letterario. Si avvicina sia all’aristotelismo, attraverso la conoscenza del pensiero di Alberto Magno e del suo allievo Tommaso d’Aquino, sia al neoplatonismo, movimento di area medio-orientale che parte da Platone e interpreta l’universo come un’immensa emanazione della luce divina, di cui ogni elemento reca l’impronta in misura inversamente proporzionale alla distanza da Dio. Dell’aristotelismo, poi, Dante conosce anche (come gli studi più recenti hanno messo in luce) gli aspetti più estremi: l’interpretazione «radicale» che del pensiero di Aristotele offre il commentatore arabo Averroè, una versione condannata dalla Chiesa come eretica perché nega l’immortalità dell’anima individuale e che affascina anche Guido Cavalcanti.

La crisi. È al periodo degli studi filosofici che fa seguito alla morte di Beatrice, quindi dopo il 1290, che risale probabilmente la situazione di confusione intellettuale rappresentata più tardi con l’immagine della «selva oscura» nel canto I dell’Inferno e che il personaggio di Beatrice rimprovererà a Dante nei canti conclusivi del Purgatorio. Per Dante la filosofia rappresenta un percorso verso la conoscenza, verso la verità. E per qualche tempo, probabilmente fino alla stesura dei primi tre libri del Convivio, egli si convince di poter raggiungere la verità con i mezzi terreni della propria mente. Ma ben presto modifica la sua concezione e, quando scrive la Commedia, è ormai convinto che non su questa terra, ma solo nell’altra vita, si possa giungere alla verità.

Dante e il sapere scientifico

La teoria degli «spiriti vitali». Nell’opera di Dante è facile avvertire l’influsso delle teorie sulla fisiologia umana che Alberto Magno aveva elaborato sulla base della fisica aristotelica e secondo le quali il nostro corpo sarebbe percorso da «spiriti vitali» (o «funzioni dell’anima») invisibili e preposti al funzionamento dei diversi organi del corpo. Soprattutto nella Vita nova Dante descrive i movimenti repentini degli «spiriti» provocati dalla presenza della donna amata: ogni stato psico-fisico, come esultanza, dispiacere o perdita di coscienza, viene spiegato come diretta conseguenza del loro disporsi all’interno del corpo o anche dell’abbandono temporaneo della loro sede.

La cosmologia aristotelica. Un altro importante debito nei confronti del sapere scientifico aristotelico è la concezione dantesca della forma dell’universo così come si definisce compiutamente nella Commedia, ma di cui qualche saggio è già presente anche nel Convivio. Dante accoglie in pieno la cosmologia di Aristotele, ma la adatta perfettamente alla sua fede cristiana: la Terra è un globo con un emisfero abitato e l’altro sommerso dalle acque in cui sorge la montagna-isola del purgatorio. Intorno alla Terra ruotano nove cieli concentrici, costituiti da immense sfere trasparenti in cui sono incastonati i rispettivi astri: nell’ordine, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, stelle fisse. Il nono cielo, quello più vicino a Dio e detto Primo Mobile, non sostiene nessun astro e funge piuttosto da raccordo fra il mondo divino, fonte di vita, e l’universo fisico a cui trasmette il movimento che da Dio si origina. Oltre tutti questi cieli è l’Empireo, sede eterna di Dio e dei beati. Nel Paradiso, la terza cantica della Commedia, Dante descrive questo immenso, armonioso sistema cielo per cielo, mostrando di credere alla sua reale esistenza.

L’astrologia. La sostanza di cui sono composti cieli e astri è, secondo Dante, energia divina cristallizzata e non è soggetta alle leggi di usura e distruzione che dominano nel mondo terreno. Anzi, attraverso la rotazione dei cieli intorno alla Terra Dio distribuisce su di essa le virtù e le qualità che prima imprime a ciascun cielo. Questa concezione cosmologica consente a Dante di dare fondamento alla credenza nell’influsso degli astri sulla vita umana: l’astrologia era per lui una vera e propria scienza, e come tale poteva conciliarsi con la fede.
La fiducia dantesca nella complessiva armonia dell’universo è testimoniata dai numerosi canti del Purgatorio e del Paradiso che si aprono con complesse perifrasi astronomiche che hanno il compito di ragguagliare il lettore sulla posizione dei pianeti in quel preciso momento del viaggio di Dante nell’aldilà, ma che ribadiscono anche come eventi celesti ed eventi terreni si corrispondano nel grandioso disegno divino.

Dante partecipe dell’allegorismo medievale. Non è proprio del solo Dante, ma di tutto l’allegorismo medievale, far corrispondere a un elemento appartenente al mondo terreno un concetto o un valore che appartiene invece al mondo dell’eternità. L’allegoria, in effetti, è la figura retorica medievale per eccellenza: uno strumento utilissimo per rappresentare la coesione tra mondo umano e mondo divino, ma anche per suggerire e insegnare nozioni di natura morale. La Commedia è, tra l’altro, anche un poema allegorico e didascalico, in cui l’autore si serve di elementi tratti dall’esperienza quotidiana, e quindi noti ai lettori, per esprimere concetti astratti o comunque appartenenti alla dimensione spirituale.

L’interpretazione allegorica del mondo classico. Anche se Dante non conosce il greco e il suo latino è quello di tutti gli scrittori del medioevo, ben lontano da quello classico, tutta la sua opera è percorsa dalle tracce lasciate dalla letteratura classica, non del tutto perduta dopo il disfacimento dell’impero romano.
Quello classico è, diversamente dal medioevo, un mondo completamente concentrato sulla dimensione terrena, ma i commentatori medievali hanno interpretato i testi degli autori classici alla luce della propria visione religiosa, spesso cercando in essi preannunci e anticipazioni del cristianesimo prossimo venturo. Un caso celebre di questo modo di interpretare il mondo classico è Virgilio, che Dante stesso nella Commedia elegge a propria guida nei primi due regni dell’aldilà. Nella quarta delle sue Bucoliche il poeta latino celebra l’imminente avvento di un rinnovamento universale, di un nuovo ordine di cose, e annuncia la nascita di un fanciullo iniziatore di una nuova progenie. Si tratta di un omaggio a un potente estimatore che sta per diventare padre, ma la cultura cristiana medievale interpreta questo passo come una profezia della nascita di Cristo e della nuova era che si sarebbe inaugurata nel mondo in seguito al suo messaggio.

Una ammirazione sincera. Dante non sovverte lo schema di fondo con cui la cultura del suo tempo interpretava il mondo classico, ma lo arricchisce con considerazioni che derivano anche da altri criteri di valore. Per rifarci all’esempio di Virgilio, le ragioni per cui Dante lo sceglie come guida del suo viaggio oltremondano sono più complesse del mero valore allegorico e profondamente legate alla sua sincera ammirazione per la letteratura classica, specialmente per la poesia epica. Quando scrive la Commedia, Dante nutre l’ambizione estrema di collocarsi nel solco dei grandi autori dell’epica classica: e in effetti il suo è anche, tra l’altro, un poema epico. Per quanto diverso da quelli classici, perché la sua è un’epica della cristianità, la Commedia stabilisce pur sempre una continuità originale, fondata sull’ammirazione, con la letteratura latina. Nella seconda metà del Trecento il rispetto per la letteratura antica crescerà fino a diventare imitazione, riscoperta del latino come lingua letteraria e dei valori del mondo classico come nuovi modelli di vita. Dante sembra già preannunciare questa tendenza, sia pure ancora integrata con il suo cristianesimo tutto medievale.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

Commedia
Convivio
Rime
Vita Nova

 

1 - 2 - 3 - 4