L’epoca di Dante

L’esperienza comunale. La prima parte della vita di Dante ha come sfondo Firenze, un libero comune che lotta per il potere in un’area piuttosto ampia della Toscana con l’obiettivo di ottenere, in prospettiva, se non il diretto controllo, almeno la supremazia politica sulla parte centrale della penisola italiana. La Firenze di Dante, insomma, è una vera e propria città-stato che nella situazione e nelle vicende interne riflette il contesto politico, italiano ed europeo, degli ultimi decenni del secolo XIII.

Le lotte tra guelfi e ghibellini. L’Italia è dalla metà del secolo il teatro delle lotte sanguinose fra guelfi e ghibellini, sostenitori rispettivamente della supremazia del papato e dell’impero, due fazioni che, provocando divisioni, tradimenti e ingerenze di potenze straniere, non favoriscono certo il processo di formazione di un’entità politica unitaria. Scontri famosi lasciano il segno nella memoria collettiva e il loro ricordo apparirà anche nelle opere di Dante. A Montaperti, nel 1260, i guelfi sono travolti dai ghibellini, ma a Benevento, nel 1266, i ghibellini guidati da Manfredi, figlio naturale di Federico II, vengono a loro volta duramente sconfitti dai guelfi guidati da Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia. A Tagliacozzo, nel 1268, Carlo d’Angiò, proclamato dal papa legittimo re d’Italia, sconfigge Corradino e con la decapitazione di questi, ultimo erede legittimo di Federico II, scompare definitivamente la dinastia sveva.

L’esilio e il contatto con le signorie. Ognuna di queste battaglie, i cui esiti sono favorevoli ora ai guelfi ora ai ghibellini, provoca conseguenze dirette sui comuni italiani, con un succedersi alterno di esili e di rientri gloriosi dell’una o dell’altra parte. A Firenze, dopo l’aspra lotta fra guelfi e ghibellini conclusasi con il sopravvento dei primi, le due fazioni guelfe dei Bianchi e dei Neri si combattono ferocemente in una vera e propria guerra civile: chi vince conquista il controllo del comune, ma a chi perde tocca l’esilio se non la morte.
Anche la seconda parte della vita di Dante, dopo l’esilio, risente di questo clima convulso. Firenze mantiene il ruolo di protagonista nell’opera del poeta, che di fatto non potrà più rivedere la propria città e assisterà al delinearsi di una nuova realtà dell’Italia centro-settentrionale, dove le signorie rette da piccole dinastie aristocratiche incominciano a scardinare l’assetto politico comunale facendo presagire il futuro dominio degli stati regionali.
Tale situazione politica e militare, dalla metà del Duecento in poi, è ben rappresentata in quasi tutte le opere di Dante. Anche molti fatti anteriori alla nascita dello scrittore fanno ingresso nei suoi libri, tanto che un secolo di storia italiana ed europea rivive nei tratti memorabili dei personaggi della Commedia.

La formazione culturale

La prima educazione scolastica. Dopo i primissimi anni di educazione scolastica, ricevuta probabilmente da un maestro di latino che gli permette di accedere a quella che era la lingua indispensabile per ogni persona colta dell’epoca, Dante si avvicina alle culture d’oltralpe attraverso la lettura di testi in lingua d’oc e d’oïl.

Il magistero di Brunetto Latini. Per Dante, tuttavia, il primo autentico maestro di stile e di cultura è stato Brunetto Latini, che deve aver rappresentato anche una fonte importante di notizie e di dati sulla storia europea, vista l’importante attività diplomatica che aveva svolto per conto di Firenze nel periodo della prevalenza ghibellina. Conoscitore della realtà politica di Castiglia e di Francia, in cui aveva vissuto fino alla vittoria dei guelfi nel 1266, Brunetto trasmise la sua esperienza al governo di Firenze e con ogni probabilità a Dante, che grazie a lui riuscì a consolidare la propria ambizione di intellettuale e di scrittore. Quasi certamente Brunetto iniziò Dante non solo ai testi più prestigiosi della letteratura francese antica, ma anche a quelli arabi grazie alla mediazione culturale della corte di Toledo, capitale della Castiglia.

L’amicizia con Guido Cavalcanti. La maturità e duttilità intellettuali acquisite alla scuola di Brunetto consentono a Dante di mettersi in relazione con una cerchia di uomini di cultura (letterati, filosofi, trattatisti, giuristi) tra i più autorevoli del suo tempo, a incominciare dall’amico Guido Cavalcanti, appartenente a una delle famiglie più antiche e illustri di Firenze. I Cavalcanti si vantavano di essere tra i fondatori della parte guelfa a Firenze ed erano avversari della potente famiglia ghibellina degli Uberti, con la quale tuttavia avevano tentato di raggiungere una conciliazione attraverso il matrimonio tra Guido, appunto, figlio di Cavalcante Cavalcanti, e Bice, figlia di Farinata degli Uberti.

Le prime poesie. Proprio Guido fa per Dante da tramite con il nuovo modo di fare poesia che veniva affermandosi in quegli anni. Fin dagli anni giovanili, infatti, Dante incomincia a scrivere poesie d’amore secondo l’usanza letteraria del tempo. Il primo stile poetico di cui viene a conoscenza è quello imposto da Guittone d’Arezzo, e le prime rime di Dante sembrano essere proprio quelle in stile guittoniano: realistiche e insieme di ardua lettura, retoricamente complesse, incentrate sulla confessione da parte del poeta dell’amore per una donna bella e irraggiungibile.
Nulla di originale, fin qui, nei confronti della tradizionale poesia d’amore, giunta ai poeti toscani come eredità della poesia siciliana, che a sua volta era la prima erede, in territorio italiano, della poesia amorosa dei trovatori provenzali. Tuttavia Dante (che in seguito, nel trattato De vulgari eloquentia, criticherà molto Guittone per il suo uso eccessivo del linguaggio popolare) si distingue fin da ora, negli anni Ottanta, per la levigatezza del suo stile. Ma la sola superiorità formale non può bastargli: Dante si sente padrone di una cultura più vasta e profonda, di contenuti più elevati rispetto a quelli degli altri poeti toscani. Fatta eccezione, appunto, per Guido Cavalcanti.

L’adesione allo stilnovo. È Guido che ha il merito di trapiantare a Firenze una nuova poesia nata a Bologna e il cui «padre», per dichiarazione dello stesso Dante nel canto XXVI del Purgatorio, era Guido Guinizzelli . Una poesia che permetteva di esprimersi con una limpidezza e una dolcezza congeniali a Dante, ma che era anche sorretta da contenuti profondi, radicati nella filosofia e nella mistica.
Dante fa proprio questo «dolce stil novo», creandone addirittura nel canto XXIV del Purgatorio la definizione con cui ancora oggi lo conosciamo, e ne diventa l’esponente principale. Beatrice nella Vita nova, opera che chiude un ciclo della vita e dell’arte di Dante, è già donna-angelo, colei che dona la beatitudine ai mortali, ma solo a quelli dotati di un animo predisposto. Dante ha ormai superato le prospettive dell’amico-maestro Guido Cavalcanti nelle posizioni del quale, anzi, individua un errore fondamentale. Egli infatti non ritiene più, come Guido, che la passione d’amore porti solo scompiglio nella mente del poeta, distogliendolo dagli studi e portandolo a una morte intellettuale, ma è convinto che l’amore, grazie alla perfezione spirituale della donna che lo suscita, conduca l’anima alla perfezione e alla beatitudine.

 

 

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