L’impegno politico. Nel 1295 – anno decisivo nella biografia dantesca – venne approvata una modifica agli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella, in base alla quale anche i nobili potevano accedere alle cariche pubbliche purché iscritti a una corporazione. Dante si iscrisse a quella dei medici e degli speziali e nello stesso anno fece il suo ingresso in politica, dapprima nel Consiglio del Popolo, poi nel Consiglio dei Savi per l’elezione dei Priori (dopo quella di podestà, il priorato era la più alta carica pubblica del comune).
Nel 1300 guidò con successo un’ambasceria a San Gimignano. Quindi, a coronamento della sua carriera politica, ricevette l’incarico di priore per il bimestre 15 giugno-15 agosto 1300, incarico che però fu all’origine, secondo quanto scrisse lo stesso Dante in una lettera ora perduta, della sua rovina politica e umana.
Proprio in quel periodo, infatti, Firenze si accingeva a vivere un’ulteriore stagione di lotte civili, non più tra guelfi e ghibellini (questi ultimi erano stati definitivamente sconfitti), bensì tra due fazioni formatesi all’interno del partito guelfo: i Bianchi e i Neri, capitanati rispettivamente dalle potenti famiglie dei Cerchi e dei Donati. I Donati si allearono ben presto con il pontefice Bonifacio VIII, appoggiandone la politica teocratica e le continue ingerenze nel governo della città. Nel tentativo di arginare i conflitti, i priori dovettero mandare in esilio parecchi illustri fiorentini, capi delle parti nemiche. Fu questa una decisione assai dolorosa per Dante, perché colpiva la sua stessa famiglia (Dante, in seguito al matrimonio, era imparentato con i Donati) e l’amico Guido Cavalcanti.

L’opposizione a Bonifacio VIII e il bando da Firenze. Ma le condanne non portarono che ulteriori inasprimenti delle rispettive posizioni. Nel 1301 Dante, non più priore ma componente del Consiglio dei Cento, contribuì a contrastare la politica di Bonifacio VIII e del suo alleato Carlo II d’Angiò, che avvertiva sempre più come una minaccia per Firenze.
Nell’autunno dello stesso anno, guidò un’ambasceria a Roma, con l’obiettivo di distogliere dai suoi propositi papa Bonifacio VIII, il quale intendeva far intervenire in Toscana il principe francese Carlo di Valois con la pretestuosa funzione di pacificatore fra le parti in lotta, ma in realtà come suo braccio armato. Da quel momento, Dante non mise più piede a Firenze. Nonostante l’iniziativa diplomatica, infatti, Carlo di Valois entrò nella città, permettendo ai Neri di impadronirsi con la forza del governo. Anche la casa di Dante fu saccheggiata. Il podestà Cante dei Gabrielli da Gubbio, dopo un’inchiesta sommaria sulle azioni dei priori dei due anni precedenti, accusò formalmente Dante di ribellione al papa e di baratteria, ossia di appropriazione indebita di denaro pubblico. Richiamato a Firenze per discolparsi, Dante non vi fece ritorno, forse perché consapevole del rischio di essere arrestato, oppure perché trattenuto con l’inganno a Roma da Bonifacio VIII. I documenti parlano solo di condanne e mancate ammende: il 27 gennaio 1302 Cante dei Gabrielli condannò Dante al pagamento di una multa, a due anni di confino, al divieto a vita di partecipare al governo della città. Non avendo pagato, il 10 marzo fu condannato alla confisca dei beni e alla morte sul rogo se fosse stato catturato dalle autorità.

L’esilio presso vari signori e le opere della maturità. Incomincia così la seconda parte della vita di Dante, la più difficile: l’esilio. Di questo periodo possediamo notizie ancora più incomplete e frammentarie. Probabilmente, negli anni tra il 1302 e il 1304 partecipò alle iniziative militari dei fuorusciti Bianchi per tornare a Firenze, sia pure con gravi riserve sulle loro scelte, specialmente sull’alleanza con gli esuli ghibellini. Ma nel 1304, nella battaglia della Lastra, i Bianchi furono sconfitti in modo definitivo. Da quel momento in poi, Dante perse progressivamente la speranza di tornare, riabilitato, nella sua città. Si dovette rassegnare a una vita errabonda, sempre ospite di signori più o meno potenti, presso i quali svolse diversi incarichi: dalla compilazione di documenti ufficiali alle missioni diplomatiche. Furono anche anni molto fecondi dal punto di vista letterario, come se Dante cercasse di compensare la grave frustrazione politica e umana con la scrittura. In condizioni indubbiamente difficili, perché privo di una dimora fissa e quindi di una biblioteca stabile, compose il Convivio e il De vulgari eloquentia, rimasti incompiuti, il trattato politico Monarchia e il capolavoro, la Commedia .

Le speranze deluse in Arrigo VII. Tra i primi a ospitare Dante fu Bartolomeo della Scala, signore di Verona, nel 1303. Seguirono, tra gli altri in qualche modo documentati, Gherardo da Camino a Treviso, tra il 1304 e il 1306; il marchese Francesco Malaspina in Lunigiana, nel 1306; nel 1307 e nel 1311 il conte Guido da Battifolle a Poppi, nel Casentino. Una sequela di nomi nobili che scandiscono altrettanti spostamenti, testimoniati da lettere e firme di trattati. Quasi nulla sappiamo, invece, degli anni tra il 1308 e il 1313: durante l’impresa di Arrigo VII di Lussemburgo, eletto successore al trono imperiale, Dante dovette lottare con tutto l’impegno possibile per aiutare il principe a ottenere il riconoscimento alla corona imperiale, mirando in tal modo anche a porre termine alla sua condizione di esule. Probabilmente conobbe di persona Arrigo, mentre quest’ultimo si trovava in Italia settentrionale in attesa di sferrare l’attacco definitivo ai guelfi guidati da Firenze. Ma anche questa speranza svanì, nel 1313, con la morte dell’imperatore.

A Verona presso Cangrande della Scala. Dal 1313 al 1319 Dante trovò l’ospitalità forse più gradita di nuovo a Verona, presso Cangrande della Scala; al signore veronese è rivolta l’epistola XIII con cui Dante gli dedicò la terza cantica della Commedia (e sempre nel Paradiso, Cangrande è celebrato nel canto XVII, vv. 76 segg.). Nel 1315 ricevette da Firenze un ultimo invito alla riconciliazione; egli però lo ritenne troppo umiliante: avrebbe dovuto pagare una multa e fare pubblica ammenda, vestito di un saio e con in testa una mitria, alla stregua di un eretico o un malfattore, in una processione che avrebbe attraversato la città dal carcere al duomo. Il rifiuto gli costò la conferma delle condanne all’esilio, alla morte e alla confisca dei beni, condanne che anzi furono estese anche ai figli.

Muore a Ravenna. Tra il 1319 e il 1321 si colloca l’ultimo soggiorno di Dante, ospite a Ravenna presso la corte di Guido Novello da Polenta. Nel 1321 si recò a Venezia per una missione diplomatica su incarico del signore ravennate: si ammalò di febbri malariche durante il viaggio di ritorno e morì a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre. Il suo corpo è tuttora sepolto a Ravenna, presso la chiesa di San Francesco.

 

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