Le sedici "commedie nuove". Nella stagione teatrale 1748-1749 (a Venezia i teatri aprivano ai primi d’ottobre per chiudersi l’ultimo giorno di carnevale) furono rappresentate diverse vecchie commedie, ma anche alcune nuove, tra cui I due gemelli veneziani, La vedova scaltra, La putta onorata. Superato brillantemente quel primo vero esame, seguì un periodo di fertile creatività artistica: memorabile fu l’anno teatrale 1750-1751, in cui lo scrittore promise all’esigente pubblico veneziano ben sedici commedie nuove; promessa rischiosa e incredibilmente mantenuta, che gli diede la definitiva consacrazione. Il trionfale successo portò anche i primi dissapori con Medebach, prodigo di elogi ma non altrettanto di denaro.

Della ricchissima produzione di quel periodo è doveroso ricordare almeno alcune delle commedie più rinomate e riuscite: Il teatro comico (dove l’autore rappresenta se stesso alle prese con attori poco propensi a cambiare modo di recitare), La bottega del caffè , La donna volubile, I pettegolezzi delle donne — appartenenti al gruppo delle sedici commedie nuove —, La famiglia dell’antiquario, La serva amorosa, La figlia obbediente e infine La locandiera , che da sola bastò a conferire all’autore il carisma dell’eccezionalità.

La rivalità con Pietro Chiari e Carlo Gozzi. Goldoni onorò fino alla stagione 1752-1753 il contratto che lo legava a Medebach (il quale lo rimpiazzerà proprio con l’avversario che in quegli anni gli andava contendendo il primato sulle scene, Pietro Chiari), quindi passò al teatro di San Luca, di proprietà di due fratelli di nobile famiglia veneziana, Antonio e Francesco Vendramin. Soprattutto il secondo, che curava personalmente la gestione del teatro, volle accaparrarsi l’autore allora più rinomato, e fino al 1762 Goldoni gli rimase legato, non senza conflitti: l’impresario era infatti piuttosto avaro e autoritario, e gli impediva di intraprendere altre esperienze professionali; il successo, inoltre, aveva suscitato rivalità sempre più velenose con altri commediografi, specie con Chiari e con Carlo Gozzi; gli attori continuavano a rivendicare maggiore autonomia e lo stesso pubblico, sempre assetato di novità, cominciava a dare qualche segno di stanchezza per la commedia "riformata". Non mancarono anche in quel decennio — tra molte buone commedie e lavori più frettolosi — alcuni capolavori assoluti dell’arte goldoniana: Il campiello , Gl’innamorati, I rusteghi , Trilogia della villeggiatura (il cui pezzo meglio riuscito è Le smanie per la villeggiatura), Sior Todero brontolon, Le baruffe chiozzotte e Una delle ultime sere di carnovale.

Alla "Comédie italienne" di Parigi. Esauriti gli impegni contrattuali che lo vincolavano al Vendramin, nell’aprile del 1762 Goldoni lasciò Venezia (che non avrebbe mai più rivisto) allettato da una nuova avventura: andare a dirigere il teatro della "Comédie italienne" di Parigi.

Qui però le difficoltà si rivelarono maggiori del previsto a causa di una più dura resistenza dei "comici dell’arte" a rinunciare ai loro privilegi per inchinarsi alla volontà dell’autore, e della diffidenza del pubblico francese. Parigi infatti aveva già una lunga tradizione di teatro comico riformato, avviata da Molière; quando il pubblico si recava alla "Comédie italienne", voleva assistere a un teatro diverso, meno nobile di quello messo in scena alla "Comédie française" e meno accademico. I primi due anni di permanenza parigina furono decisamente deludenti. Spesso, in lettere confidenziali ad amici, Goldoni manifestò il desiderio di tornare in Italia alla scadenza del contratto biennale con la "Comédie italienne". Ma sul principio del 1765 Luigi XV gli offrì l’incarico di maestro d’italiano delle principesse reali Clotilde ed Elisabetta, sorelle del futuro Luigi XVI. Da allora, per più di vent’anni, Goldoni divise la sua vita tra la reggia di Versailles e i palcoscenici cittadini, dove fu assai attivo come organizzatore di spettacoli; ma la sua vena di commediografo s’era ormai inaridita. Con un ultimo sussulto del suo estro creativo si prese una grande rivincita componendo in francese il suo ultimo capolavoro, Il burbero benefico (Le bourru bienfaisant), che nel 1771 andò in scena alla "Comédie française" e alla corte reale estiva di Fontainebleau, dove ottenne uno strepitoso successo.

Gli ultimi anni. Dal 1784 si diede alla stesura in francese della propria autobiografia, i Mémoires (Memorie), che uscirono nel 1787. Intanto, da parte di vari editori, si procedeva alla pubblicazione di tutte le sue opere: il veneziano Zatta ne intraprese la più completa, in 44 volumi. Si arricchirono gli editori, ma ben pochi proventi derivarono all’autore, che visse negli ultimi anni con una dignitosa pensione di Corte; scoppiata la Rivoluzione, anche quel vitalizio gli fu però negato. Ormai vecchio e malato, trascorse l’ultimo anno della sua vita in una condizione di penosa miseria; morì il 6 (o il 7) febbraio del 1793; solo qualche giorno prima era stato deciso il ripristino della sua pensione.

 

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