Brunetto Latini

Nato a Firenze intorno al 1220 (e ivi morto nel 1294), al pari del padre Brunetto Latini fu notaio e giudice e militò nel partito dei guelfi. Passò la sua vita di cittadino e di letterato al servizio della sua città, mettendo a disposizione il suo sapere nel tentativo di formare una classe dirigente capace di reggere nel migliore dei modi le sorti del comune. Inviato in qualità di rappresentante del comune presso Alfonso X, re di Castiglia, sulla via del ritorno Brunetto fu colto dalla notizia dell’esilio comminatogli da Firenze in seguito alla sconfitta dei guelfi nella battaglia di Montaperti (1260) per opera dei ghibellini fuoriusciti e dei senesi alleati con i tedeschi di Manfredi. Per questa ragione decise di riparare in Francia, dove rimase dal 1260 al 1266, anno della battaglia di Benevento e della definitiva sconfitta di Manfredi.
Durante i sei anni d’esilio trascorsi in Francia, entrò in contatto con la vivace cultura transalpina, assai più avanti nell’uso dello strumento linguistico volgare e nell’esercizio della letteratura didattica ed enciclopedica.
All’epoca dell’esilio risalgono quasi tutti i suoi scritti, in particolare la Rettorica, volgarizzamento del trattato ciceroniano De inventione. L’opera rimase tuttavia interrotta pare per il confluire del materiale nel più impegnativo Trésor, un trattato enciclopedico in tre libri redatto con intenti didattici e divulgativi. Nel primo libro Brunetto si occupa di cosmogonia con incursioni nel territorio della geografia, della zoologia, della botanica, dell’anatomia e della storia; nel secondo tratta dei vizi e delle virtù; nel terzo egli affronta l’argomento principe della sua produzione letteraria: la stretta correlazione fra retorica e buon governo del comune, le cui istituzioni sono contrapposte, in quanto ritenute migliori, a quelle della contemporanea monarchia francese.
In versi italiani è il Tesoretto , un poemetto allegorico in cui, mediante una narrazione densa di simbologie, Brunetto Latini intende trasmettere al lettore un insegnamento di carattere morale, trattando di teologia, di filosofia naturale e di etica.
Sempre in versi italiani è il Favolello (il cui titolo deriva dal francese «fablel», “poemetto”), un breve componimento sui diversi tipi di amicizia, dedicato al rimatore Rustico de Filippi.
Oltre a ciò vanno ricordati i volgarizzamenti di tre orazioni ciceroniane (la Pro Ligario, la Pro Marcello, la Pro rege Deiotaro) che dovevano costituire un modello di eloquenza e di impostazione retorica da sfruttare nella composizione di discorsi politici.
Rientrato a Firenze, egli trascorse tutta la sua esistenza diviso fra gli incarichi politici e l’insegnamento, tanto che Giovanni Villani , nella sua Cronica, lo definì «maestro in digrossare i Fiorentini, e farli scorti in bene parlare, e in sapere giudicare e reggere la nostra Repubblica secondo la politica». Anche Dante , nel canto XV dell’Inferno, lo riconobbe come maestro di un’intera generazione, tributandogli una commossa riconoscenza: «“Se fosse tutto pieno il mio dimando”, / rispuos’ io lui, “voi non sareste ancora / de l’umana natura posto in bando; / chè ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, / la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna”» (vv. 79-85). Del resto il percorso intellettuale incarnato da Brunetto – militante politico, ma non fazioso, vòlto al miglioramento delle istituzioni comunali e all’educazione morale dei suoi concittadini – aveva sicuramente influito sul formarsi del pensiero politico e letterario di Dante.

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

Il Favolello
Il Tesoretto