La conversione religiosa e il superamento della poetica neoclassica. Stretto e complesso è il rapporto tra conversione letteraria e conversione religiosa. È infatti proprio la scoperta della fede a condurre Manzoni al superamento di una letteratura edonisticamente consolatoria a favore di una poesia ricca di tensioni morali e religiose. Questo mutamento di prospettiva appare in tutta la sua evidenza mettendo a confronto il poemetto mitologico Urania, composto nel 1809, con il progetto degli Inni sacri, che occuperà Manzoni fra il 1812 e il 1815. Urania si colloca a pieno titolo nell’orizzonte della poesia neoclassica e, proprio per questo motivo, sarà ben presto condannato dallo stesso autore. Una condanna che significa anzitutto rifiuto della poesia intesa come contemplazione della bellezza e, in particolare, della mitologia come travestimento luminoso del presente e costruzione di un mondo ideale, perfetto, lontano dalla realtà e dalla storia – proprio quella realtà e quella storia che sono alla base della meditazione e della produzione romantica.

L'abbandono del lirismo soggettivo: lo "sliricamento". Gli Inni sacri, invece, aprono un diverso orizzonte, sia etico che poetico. Questi componimenti si pongono infatti al di fuori della tradizione italiana dominante, rappresentata dalla linea Petrarca-Tasso e centrata sulla lirica come espressione soggettiva del poeta. Da essi è bandita qualsiasi forma di effusione soggettiva per lasciare spazio alla rappresentazione oggettiva del popolo cristiano nelle sue varie manifestazioni: non poesia soggettiva, egocentrica manifestazione del genio poetico individuale, ma poesia corale, preghiera in versi. Manzoni cerca per gli Inni una lingua poetica nuova, che tenda ad annullare gli orpelli decorativi e molti moduli retorici della tradizione classicista per riflettere in pieno la tensione etica del messaggio cristiano e l’annuncio di verità in esso contenuto. Gli ideali illuministi di libertà, uguaglianza e fratellanza non sono affatto negati, ma piuttosto arricchiti dalla fede. Il quinto inno sacro, La Pentecoste, elaborato con lunghe interruzioni tra il 1817 e il 1822, è in effetti un inno alla libertà, alla pace, alla giustizia sociale, una preghiera allo Spirito santo perché illumini l’umanità.

L'apertura alla storia nelle tragedie. Le aspirazioni propriamente politiche, sempre vive in Manzoni, subiscono invece amare delusioni: subito dopo la caduta definitiva di Napoleone egli compone la canzone Aprile 1814, sulle speranze di libertà suscitate dalla cacciata dei francesi, e quando Gioacchino Murat lancia da Rimini, il 30 marzo 1815, il primo appello unitario agli italiani, lo scrittore risponde prontamente cominciando a comporre la canzone Il proclama di Rimini; ma il testo rimarrà incompiuto, quando, ai primi di maggio, Murat sarà sconfitto dagli austriaci. La delusione del presente, che sembra negarsi alla scrittura e all’azione, indirizza Manzoni verso la storia e la tragedia. La tragedia permette di estendere alla storia universale lo sguardo che negli Inni si limita alla storia sacra, e proprio alla stesura di una tragedia, Il conte di Carmagnola, si dedica Manzoni negli anni fra il 1816 e il 1820. Questi anni, in cui Manzoni scrive anche le Osservazioni sulla morale cattolica (1819), sono quelli di maggior vivacità del movimento romantico italiano, che lo scrittore segue con attenta partecipazione senza tuttavia prendere posizioni pubbliche. Sono gli anni in cui si pubblica la rivista "Il Conciliatore" (1818-1819), a cui collaborano molti degli amici di Manzoni (fra cui l’ammiratissimo poeta dialettale Carlo Porta e i patrioti risorgimentali Federico Confalonieri e Silvio Pellico). "Il Conciliatore" diffonde a Milano e in tutta Italia gli ideali di una letteratura romantica, attenta alla realtà e alla storia, contrapposta alla letteratura classicista, chiusa in un mondo di figurazioni mitologiche e in un sogno di perfezione formale fine a se stessa.

La sfiducia nell'azione politica. Anche la seconda tragedia, Adelchi, è legata alla riflessione sulla storia. Il personaggio di Adelchi riflette il dramma dell’intellettuale risorgimentale che comprende come non ci possa essere azione significativa senza violenza e morte, e come gli ideali più alti possano essere strumentalizzati dalla logica utilitaristica del potere. È il dramma dello stesso Manzoni, incapace di partecipare alle lotte risorgimentali – nelle quali sono invece coinvolti, fino all’arresto o all’esilio, alcuni degli amici più cari, come Borsieri, Pellico e Confalonieri.

Gli umili protagonisti. La tragedia rimane comunque un genere fortemente aristocratico e quindi nemmeno nella forma del dramma storico può essere in grado di riflettere in pieno la rivoluzione romantica, intesa, secondo una felice metafora di Gianfranco Contini, come "diritto di cittadinanza accordato a tutti gli elementi della realtà". Del resto, la tragedia non permette ai soggetti collettivi – che secondo Manzoni sono i veri protagonisti della storia – di diventare oggetto di rappresentazione se non nel ridotto spazio dei cori. Inoltre, a Manzoni non interessano la storia ufficiale, il resoconto delle guerre e delle azioni diplomatiche, le gesta dei sovrani e degli uomini illustri, ma la ricostruzione della storia di tutti i giorni, delle azioni e delle persone dimenticate dai documenti ufficiali, della vita di tutti coloro che sono passati sulla terra senza lasciare traccia. La prospettiva manzoniana è dunque ugualitaria e cristiana: gli umili, presenti in passato nelle opere letterarie solo come oggetto di derisione o come personaggi comici, diventano i protagonisti della nuova storia ricreata dalla poesia in modo non arbitrario, ma sulla base di tutte le testimonianze recuperabili e del metodo di indagine più rigoroso. Tutto questo è veramente possibile solo all’interno di un genere letterario ben diverso da quello della tragedia: il romanzo storico, che proprio intorno al 1820 stava conoscendo un grande successo in Europa grazie alle opere di Walter Scott.

la scelta del romanzo storico. La scelta di un genere popolare come il romanzo storico – un genere che non è oppresso da regole e che va incontro ai gusti del tempo – si iscrive dunque in una poetica "democratica", in un progetto educativo e divulgativo. In tale direzione l’ostacolo maggiore era senz’altro rappresentato dall’assenza di una lingua italiana comune che potesse sostituire la lingua letteraria, adatta soltanto per la comunicazione fra le persone colte e per la diffusione di un messaggio elitario. Fra i dialetti parlati dal popolo e l’italiano ormai quasi artificiale dei letterati non c’erano vie intermedie e lo stesso Manzoni, in grado di parlare e di scrivere con la massima spontaneità in francese o in milanese, si trovava impacciato a esprimersi in una lingua che fosse comprensibile senza difficoltà in ogni parte d’Italia.

La storia come verità. Dal 1827 Manzoni si dedicherà soltanto a opere di storia, di linguistica, di teoria della letteratura. Le ragioni del silenzio poetico e artistico sono molteplici e complesse, ma sembrano dettate dal rigore teorico ferreo con cui egli affronta il rapporto fra la verità storica, l’unica da cui si possano trarre conoscenze sicure sulla natura umana, e l’invenzione poetica, sentita sempre più come arbitraria e falsificante. Già l’evoluzione del romanzo dal Fermo e Lucia ai Promessi sposi lascia sempre meno spazio all’elemento romanzesco e al gusto del racconto "nero", iscrivendo la vicenda, pur con i suoi personaggi ed eventi immaginari, nel quadro di una storia reale, accertata da studi e ricerche sempre più documentate. Dalla poesia alla tragedia, dalla tragedia al romanzo, l’approssimazione alla verità – e soprattutto alla verità degli umili e delle masse anonime – si conclude dunque con la storia, vista con occhi sempre più disincantati.

La lingua come istituto sociale. La secolare questione della lingua italiana, da sempre considerata esclusivamente in termini estetici e retorici, viene riportata da Manzoni alla storia: la lingua non va più considerata come un insieme di scelte stilistiche, ma come un mezzo di comunicazione sociale. Un progetto politico globale sull’Italia non può dunque prescindere dall’unità linguistica degli italiani. Nelle pagine del trattato Della lingua italiana (1830-1859), elaborato per circa trent’anni e poi lasciato incompiuto, viene demolito con rigore implacabile il sistema linguistico dominante nella letteratura italiana, sostenuto dall’Accademia della Crusca e centrato sulla lingua del Trecento letterario come lingua italiana autentica e perfetta. I vantaggi politici, sociali, culturali, pratici di un mezzo espressivo, comunicativo e moderno comune a tutti gli italiani sono anteposti nettamente a una concezione estetica e retorica della lingua: la lingua è un istituto sociale, non un oggetto di trastullo per gli scrittori; per questo non contano le regole grammaticali, ma soltanto l’uso.

 

Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea,
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano

Adelchi
Il cinque maggio
Il conte di Carmagnola
Inni sacri
Marzo 1821
I Promessi sposi
La storia della Colonna Infame

 

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