Il nuovo matrimonio. Nel 1837 Manzoni, non sentendosi in grado di badare alla numerosa famiglia e vivamente consigliato dai parenti, si risposa con Teresa Borri vedova Stampa. Ospite spesso del figlio di Teresa, Stefano Stampa, a Lesa, in una villa sul lago Maggiore, frequenta il sacerdote e filosofo Antonio Rosmini, che dirige nella vicina Stresa il suo Istituto della Carità. All’influenza di Rosmini si deve la composizione del trattato Dell’invenzione (1850), centrato su un’idea fondamentale della poetica manzoniana: il poeta non crea ma "inventa", nel senso latino del termine, cioè "trova" la poesia che è già nella realtà. Rosmini, di dodici anni più giovane di Manzoni, muore nel 1855. Nel 1853 era morto un altro caro amico, Tommaso Grossi, e nel 1861 scomparirà anche la seconda moglie.

L'inaridirsi della vena poetica. In questa seconda fase della vita dello scrittore, la vena poetica manzoniana sembra quasi completamente inaridita. Degli inni Il Natale del 1833 (che non va confuso con l’inno sacro Il Natale) e Ognissanti, ultimi tentativi di meditazione religiosa in forma poetica, restano solo frammenti. Il Natale del 1833 cerca di risolvere in chiave cristiana il mistero della morte di Enrichetta Blondel, ma la parola poetica si arresta di fronte alla visione terribile della divinità: "Mentre a stornar la folgore / trepido il prego ascende / sorda la folgor scende / dove tu vuoi ferir!" (i frammenti sono datati 14 marzo 1835). L’inno Ognissanti, ideato intorno al 1830 e solo in parte realizzato nel 1847, è dedicato alle esistenze votate a Dio, che vivono nello spazio di una preghiera e muoiono in un sogno di santità. Dopo questo ultimo tentativo, il tempo della poesia sembra chiudersi sulla tragica consapevolezza della lontananza di Dio dalla vita e dalla storia.

Gli studi linguistici e storici. Proseguono nel frattempo gli studi linguistici, che hanno tenuto costantemente impegnato lo scrittore a partire dagli anni Trenta, tanto da essere sintetizzati nella formula "l’eterno lavoro sulla lingua". Tali studi, culminanti nello strenuo lavoro di revisione linguistica dei Promessi sposi, mirano soprattutto a contribuire all’unità linguistica italiana. Il lavoro sulla lingua si traduce anche in intervento politico quando, nel 1868, Manzoni accetta di presiedere una commissione ministeriale incaricata di formulare progetti per diffondere in tutte le classi sociali la conoscenza della lingua italiana. Gli studi linguistici sono in questo periodo interrotti soltanto da quelli storici. La principale opera storica intrapresa da Manzoni è La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859, dove la prima rivoluzione è considerata illegittima e distruttiva perché mossa da folle violente di facinorosi che rappresentano soltanto una piccola parte della nazione francese, mentre la seconda è vista come legittima e costruttiva perché moderata e sostenuta dalla volontà dell’intera nazione italiana.

Il decadimento degli ultimi mesi. Il 6 febbraio 1873, andando a messa nella chiesa milanese di San Fedele, Manzoni cade sui gradini, batte la fronte e torna a casa insanguinato. Da allora la sua mente non è più lucida e il decadimento fisico procede rapidamente. Le sue condizioni si aggravano quando il figlio Pietro, presso il quale lo scrittore abita negli ultimi anni, si ammala gravemente. Nonostante la notizia della morte di Pietro, avvenuta il 24 aprile, gli sia tenuta nascosta, l’assenza del figlio torna negli incubi dello scrittore, che confonde le immagini della malattia con le memorie dell’epoca del Terrore, oggetto delle sue letture e dei suoi studi. Il 22 maggio 1873 Manzoni muore a Milano.

Illuminismo, romanticismo e cristianesimo

il contatto con l'ambiente culturale di Milano e Pargi.
La personalità e il pensiero manzoniano si sviluppano a contatto con due dei centri culturali più vivi dell’Europa di fine Settecento e inizio Ottocento: Milano e Parigi. Gli intellettuali milanesi del Settecento, primi fra tutti i fratelli Pietro e Alessandro Verri con la rivista "Il Caffè", avevano vivacemente osteggiato l’idea classicista di una letteratura che finiva per copiare continuamente se stessa isolandosi in un circolo chiuso sempre più lontano dalla realtà. Non il gioco formalistico della poesia arcadica, ma i temi più attuali della politica e dell’economia, della medicina e del diritto, delle scienze e del lavoro, occupavano infatti le pagine del "Caffè". A Parigi Manzoni entra in contatto con gli ambienti intellettuali e in particolare con Claude Fauriel e con il gruppo dei cosiddetti "idéologues", pensatori liberisti in economia, liberali in politica e mossi da vivaci interessi per gli studi storici.

il problema della lingua nazionale. Manzoni assorbe questi fermenti culturali e incomincia a maturare l’idea di una letteratura capace di intervenire sulla realtà. Per fare questo la letteratura deve innanzitutto rivolgersi a un pubblico ampio, dotandosi di uno strumento linguistico adeguato; tuttavia, a differenza della lingua degli scrittori francesi, compresa senza difficoltà dal popolo, l’italiano letterario appare del tutto inadatto a comunicare con un pubblico diverso dalla ristretta cerchia dei letterati. Il problema della mancanza di una lingua nazionale è in buona parte l’effetto della divisione politica italiana che ha diversificato l’evoluzione delle parlate locali, approfondendo il solco tra le lingue parlate e la lingua scritta – ossia fra i diversi dialetti e la lingua letteraria –, e ha impedito la creazione di una lingua italiana parlata. Non a caso, il problema dell’unità linguistica sarà, anche per Manzoni, strettamente congiunto a quello dell’unità nazionale.
Il biennio francese 1805-1807 risulta fondamentale per la formazione dello scrittore. Il Carme in morte di Carlo Imbonati (scritto nel 1805 e pubblicato nel 1806) già rivela la tensione etica che è alla base della scrittura manzoniana: il mondo loda ad alta voce la virtù ma la deride nel profondo del cuore, il pensiero è sempre diverso dalla parola, il delitto di chi vince non è più un delitto; di fronte alla vittoria permanente dei malvagi e all’umiliazione continua dei buoni, a chi è giusto non resta che essere fedele a se stesso. Si delinea così una prima poetica manzoniana: "Sentir [...] e meditar: di poco / esser contento: da la meta mai / non torcer gli occhi, conservar la mano / pura e la mente: de le umane cose / tanto sperimentar, quanto ti basti / per non curarle: non ti far mai servo: / non far tregua coi vili: il santo Vero / mai non tradir: né proferir mai verbo, / che plauda al vizio, o la virtù derida." (vv. 207-215).

 

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