Le tragedie. Nel 1814 e nel 1815 Manzoni scrive due canzoni di ispirazione politico-civile, rispettivamente Aprile 1814 e Il proclama di Rimini. Tra il 1816 e il 1820, con diverse interruzioni dovute alla stesura di altre opere, si colloca la composizione della tragedia Il conte di Carmagnola ,seguita dalla Lettera al critico francese Chauvet, in cui Manzoni difende le sue scelte anticlassiciste e spiega le ragioni della propria adesione al romanticismo. Dopo le Osservazioni sulla morale cattolica (1819), nel 1820 Manzoni comincia la stesura di una nuova tragedia, Adelchi , ambientata al tempo della caduta del regno longobardo in Italia a opera dei franchi e pubblicata nel 1822 insieme al Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia.
Sono anni di ininterrotto fervore creativo: le opere e i progetti si succedono gli uni agli altri senza che i precedenti siano stati terminati. Il 1821 è l’anno di composizione delle due odi civili Marzo 1821 e Il cinque maggio ,che danno voce, rispettivamente, alle speranze presto deluse per il rapido raggiungimento dell’indipendenza italiana e a un bilancio, in chiave cristiana, della vicenda terrena di Napoleone, protagonista degli eventi storici accaduti durante la giovinezza dello scrittore.

Il romanzo. Dall’aprile 1821 al settembre 1823 Manzoni si dedica alla composizione di un romanzo storico. Appena terminata la prima stesura del romanzo, oggi indicata come Fermo e Lucia, comincia un’impegnativa opera di rifacimento strutturale e di riscrittura linguistica, coronata dalla pubblicazione dei Promessi sposi nel 1827 (la cosiddetta edizione "ventisettana"). L’autore però, insoddisfatto della veste linguistica dell’opera, compie nello stesso anno, con tutta la famiglia, un viaggio in Toscana, con l’obiettivo di studiare dal vivo il linguaggio toscano e soprattutto il fiorentino. Il fiorentino parlato dalle persone colte – cioè, un dialetto distillato letterariamente – sarà il modello di riferimento della seconda edizione del romanzo, pubblicata, dopo lunghi studi e un’attenta revisione, tra il 1840 e il 1842. Insieme all’edizione definitiva dei Promessi sposi compare, completamente rifatta rispetto a una prima stesura mai data alle stampe, la Storia della colonna infame un testo di carattere saggistico in cui l’autore affronta il tema della giustizia ricostruendo un processo avvenuto nel 1630, ai tempi della peste a Milano.

Il rifiuto del romanzo storico. La stagione creativa del Manzoni romanziere si chiude nel 1827; la successiva revisione dei Promessi sposi sarà infatti soltanto linguistica e la Storia della colonna infame può essere considerata un’opera storiografica. Alla base di questa rinuncia sta il rifiuto, maturato in sede teorica, del romanzo storico. Come si legge nel saggio Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione (elaborato intorno al 1830 e pubblicato, dopo numerose revisioni, nel 1850), il romanzo storico è per Manzoni un genere ibrido e incoerente, che non rispetta la storia e anzi la falsifica con elementi romanzeschi. Il romanzo storico, inoltre, non gode più, a parere di Manzoni, del successo di pubblico che aveva ai tempi di Walter Scott e ha pertanto perduto efficacia come forma di letteratura divulgativa. Effettivamente, in Europa la fortuna del romanzo storico stava declinando: Stendhal, Balzac e poi Flaubert avrebbero attinto il materiale per i loro romanzi dal presente, ossia dall’attualità osservata e studiata con uno sguardo attento alle relazioni fra l’individuo, le dinamiche sociali e gli avvenimenti storici.

La morte di Enrichetta. La vita familiare di Manzoni, a partire dagli anni Trenta, si fa sempre più cupa. La moglie Enrichetta Blondel muore dopo anni di malattia il giorno di Natale del 1833. La prima figlia, Giulia, dopo alcuni anni di infelice vita coniugale (il matrimonio con Massimo D’Azeglio era stato praticamente imposto dai familiari), muore nel 1834, lasciando una figlia di un anno. Altre tre figlie – Cristina, Sofia e Matilde – muoiono tra il 1841 e il 1856. I figli Enrico e Filippo, poi, sono una fonte continua di dispiaceri, a causa della loro vita dissoluta fra debiti e carcere. Filippo sarebbe morto nel 1868. Dei dieci figli soltanto Enrico e Vittoria sopravviveranno al padre.

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